BOLZANO. Lo chiameremo Sergio, ma il nome è di finzione per tutelare la sua incolumità. Sergio era nel personale di sicurezza che ha cercato di sedare la rissa allo Sheraton che ha provocato un ferito grave e tre arresti. Dalla sua testimonianza, dopo dodici anni di esperienza in questo settore, emerge che la violenza nelle strade di Bolzano sta facendo un salto di qualità, e quella rissa ne è stata la prova lampante. E il timore che inizia a serpeggiare, è che terrorizzare i gestori dei locali convenga a qualcuno.

Che cosa è successo veramente quella sera?

Non è stata una normale rissa tra ubriachi. Quella gente non aveva bevuto, forse aveva preso sostanze eccitanti, ma era perfettamente lucida e sapeva quello che faceva. E soprattutto sapeva come menar le mani: tutti colpi ben assestati fatti per provocare molto dolore, un modo di picchiare da professionisti.

Come si distingue una rissa normale da quello che è successo allo Sheraton?

Di scazzottate tra ubriachi se ne vedono a decine, e seguono tutte lo stesso copione: un gruppo di persone sta fermo in un posto e se le dà, finché qualcuno cade o si viene separati. Quella sera però non è andata così; quelli erano organizzati, si muovevano tra la gente ed era impossibile circondarli, si lanciavano segnali e tentavano di coinvolgere altre persone nella mischia. Se non fossimo intervenuti in forze, avrebbero devastato tutto. E poi era diverso anche il loro modo di picchiare: solitamente ci si danno spintoni e un paio di pugni, poi la foga finisce; quelli invece non si fermavano, c'era brutalità nei loro colpi, una violenza fuori dal comune.

E’ stato detto che la sicurezza non ha funzionato, che non siete stati all’altezza.

Vorrei che chi lo ha detto avesse visto quella scena con i suoi occhi. Abbiamo impiegato dieci minuti a far tornare la calma nel locale, e considerato cosa stava succedendo direi che è un tempo da record. E poi bisogna tenere conto dei limiti che la legge impone al nostro lavoro, noi non siamo pubblici ufficiali che possono arrestare le persone, o fermarle o chissà cos'altro. Il nostro lavoro è prima di tutto cercare di farle ragionare, ma evidentemente con gente così era impossibile. Quello che è successo è stato veramente il minimo che potesse accadere.

Dopo dodici anni di questo lavoro, che idea si è fatta di queste persone?

Non so perché lo facciano, ma evidentemente partono da casa con l'idea di scatenare l'inferno dentro i locali. Non fanno altro che provocare, a volte basta anche solo una battuta del tutto innocua. Dietro ci sono sicuramente delle incomprensioni culturali: una malaparola detta a un italiano può essere insignificante e invece detta a loro scatena una reazione spropositata, ma è anche vero che spesso sono loro stessi a istigare.

Un esempio?

E' successo qualche sera fa: uno di questi si avvicina a un ragazzo al bar, e scambiando due chiacchiere innocue tra sconosciuti fa un commento ammiccante su una ragazza seduta più in là. Il secondo risponde con una battuta dello stesso tenore e in risposta si prende un pugno in bocca. La ragazza era la fidanzata del primo, e lui non sopportava che gli altri la guardassero, però andava in giro a fare in modo che la notassero. Così facendo si istilla la paura, e uno deve andare a ballare senza fiatare perché non si sa mai cosa può succedere.

Secondo lei esistono degli interventi utili per garantire sicurezza?

Prima di tutto vorrei dire che l'esigenza di una maggiore sicurezza è reale, la violenza in città sta facendo un salto di qualità. Vorrei che i locali si dotassero di telecamere, che sono un grande deterrente. Giusto vietare l'alcol sotto i 18 anni. I locali dovrebbero diventare dei club con la selezione all'ingresso, in modo da poter scartare le teste calde. Tutte soluzioni praticabili, se solo la politica lo volesse. E sarebbe anche bello iniziare a parlare serenamente di difesa personale. Non si tratta di imparare a fare a pugni, ma di capire come reagire davanti a situazioni di pericolo.