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BOLZANO. I giovani non ci stanno e sbattono la porta. Lo schiaffo più imbarazzante all’operazione di cancellazione della segreteria del Pd è arrivato da un gruppo di giovani, che ci avevano provato e ieri hanno abbandonato il partito, pur avendo ruoli di spicco. Gianluca Da Col, Matteo Da Col, Anna Scuttari e David Bertoldi rifiutano il «rinnovamento» che passa per la cancellazione di tutti i vertici tranne la segretaria Liliana Di Fede, discussa ieri pomeriggio nella assemblea provinciale e proposta con lo slogan «largo ai giovani». Non è autorizzata una lettura dietrologica, tipo «sono manovrati dal gruppo Bizzo». Precisano, a chi avesse la memoria corta: «Abbiamo sostenuto convintamente Liliana Di Fede alle scorse primarie». Se ne vanno da un partito accusato di essere più attento ai posti di potere che alla base, che non ammette gli errori elettorali, che usa l’interetnicità come slogan di facciata, silenzioso sui grandi temi provinciali. La mail di dimissioni che fa a pezzi la gestione del Pd altoatesino è arrivata domenica alla segretaria Liliana Di Fede e al presidente della assemblea Mauro Randi. Ieri è stata distribuita ai componenti della assemblea.
No, grazie. Non sono semplici militanti che se ne vanno dal Pd. Anna Scuttari era fino a ieri segretaria del circolo Don Bosco, Matteo Da Col segretario del circolo Brunico-Pusteria, Giancluca Da Col segretario del movimento giovanile Stedy, David Bertoldi tesoriere di Stedy e membro del direttivo di Brunico. Sono tutti militanti di Stedy e si sono fatti conoscere l’anno scorso con «Il futuro nelle nostre mani», il gruppo di giovani fondato sul Colle che chiedeva più spazio nel Pd e una diversa gestione del partito. Liliana Di Fede ha voluto premiare il gruppo del Colle, portando Alessandro Huber e Alexander Tezzele nella nuova segreteria. Ma ieri Tezzele si è ritirato dalla partita. Anna Scuttari era stata contattata nei giorni scorsi. Aveva rifiutato, non condividendo l’operazione. Ieri le dimissioni dal partito. Ha declinato l’ingresso in segreteria, «per motivi di lavoro e altro», anche Ilaria Piccinotti, altra fondatrice de «Il futuro nelle nostre mani».
Dimissioni amare. Ci avevano creduto e lo strappo è pesante. L’atto di accusa sottolinea: «Siamo stufi di un Partito democratico bloccato da lotte di potere, siamo stufi di apprendere le decisioni che vengono prese dagli organi di stampa, siamo stufi che il lavoro di tanti iscritti, militanti e attivisti, culminato con l’impegno dell’organizzazione della Festa dell’Unità venga mortificato da guerre tra fazioni. Le scelte del partito non sono più comprese dalla maggior parte di iscritti ed elettori e siamo ormai percepiti, a ragione, come un’organizzazione alla deriva ed in crisi di identità, invece che una comunità politica organizzata e coesa. A questo quadro desolante si aggiunge l’esito delle scorse elezioni comunali, che ci consegnano un quadro disarmante».
Il flop elettorale. «A Laives abbiamo perso il comune, a Merano siamo stati scavalcati dalle civiche italiane di destra e di centro e persino dalla Lega», accusano, «A Bolzano abbiamo rotto l'alleanza con gli ecosociali imbarcando la civica di Elena Artioli, non abbiamo preso il Comune al primo turno e abbiamo eletto al ballottaggio un sindaco inquisito al terzo mandato con metà dei bolzanini che non è andata a votare». In sintesi: «Questa non è una semplice sconfitta, ma il fallimento di un progetto politico». E ancora: «Il partito ha fatto delle scelte politiche sbagliate, rinnegando i suoi valori di fondo e non ascoltando il grido di dolore della base».
Vertici sotto accusa. Politica? Non pervenuta: «Abbiamo dovuto subire l’assenza pressochè totale e prolungata del partito sulle questioni politiche fondamentali della nostra terra. Alcune scelte politiche che abbiamo appoggiato non sono state comprese dalla popolazione (una su tutte la riforma sanitaria). Invece di andare a spiegare le nostre ragioni abbiamo preferito non farci vedere e non prendere posizione». Salutano lasciando una spiraglio: «Crediamo ancora che si possa lavorare ad un progetto politico ampio, che coinvolga le varie comunità attraverso la collaborazione e la partecipazione attiva non finalizzata al mero risultato elettorale. Vorremmo un progetto politico che coltivi l’intelligenza delle persone, non la loro manovrabilità».
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