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BOLZANO. Assemblea fiume, ieri sera, per l'ala Biancofiore del Pdl. Si è tentato di arginare la diaspora - come l'ha definita lo stesso onorevole - provocata dall'accordo Bondi-Svp. Per adesso la fuga parrebbe congelata, ma la distanza con Roma rimane forse incolmabile. Clima tesissimo alla sede Pdl: riunione iniziata alle 19, alle 23 ancora non si era conclusa. Nessun altro ha lasciato. Per ora. Ma tutti si sono sfogati, per ore e ore. Dopo le quadruplici dimissioni ufficializzate sabato (il consigliere comunale Filippo Forest, Alessandro Forest, il consigliere di circoscrizione Gianni Cuda e Roberto Fracchetti), ieri s'è aggiunta pure un'altra ferita: si è dimesso dal Pdl anche il consigliere comunale Vitantonio Gambetti. Non appartiene all'ala biancofiorista del Pdl, bensì all'holzmaniana, ma il gesto è altrettanto significativo: è indice dell'enorme imbarazzo diffusosi nel Pdl locale a seguito di quella che dai più viene ritenuta una svendita o, nella migliore delle ipotesi, almeno un abbandono dei rappresentanti locali Pdl da parte dei vertici nazionali.
Sempre ieri la petizione online promossa da un altro consigliere comunale Pdl, Maria Teresa Tomada, ha superato le 450 sottoscrizioni, più 1600 adesioni pervenute via facebook. Si chiede di salvare i monumenti e che Bondi faccia marcia indietro. L'onorevole Michaela Biancofiore è la prima ad arrivare in piazza Vittoria. Dissimula, ma appare tesa e non rilascia alcuna dichiarazione. Nel pomeriggio, senza giri di parole, ha ammesso la gravità della situazione, parlando di «diaspora». In serata si limita a un: «Riunione a porte chiuse. Conferenza stampa lunedì, spiegheremo tutto». Si pensa a delle manifestazioni.
Il consigliere provinciale Maurizio Vezzali, che l'accompagna, è laconico: «Quanto è accaduto a Roma ci lascia perplessi. Per spiegare il mio stato d'animo faccio un esempio. È come in campo legale: se un avvocato si occupa della mia difesa, ma poi scopro che lavora per la controparte, è meglio cambiarlo». Il capogruppo in consiglio comunale, Mario Tagnin, è criptico ma appare piuttosto inamovibile. «Comunque vada, ho già preso la mia decisione. Visto però il ruolo che ricopro, prima di renderla nota desidero comunicarla al mio gruppo». Gli spiragli per ricomporre la frattura, dunque, appaiono strettissimi. Non c'è rabbia, piuttosto palese delusione. «Un segno, un distinguo, ci sarebbe dovuto essere», esordisce il vicecoordinatore cittadino Enrico Lillo. «Almeno i nostri parlamentari sarebbero dovuti uscire dall'aula», fanno eco diversi colleghi di partito attorno a lui. «Il Pdl locale - spiega il consigliere comunale - è stato ignorato. Forse sarebbe meglio pensare a un qualcosa di, come piace definirlo a Vezzali, blockfrei, ossia lontano da Roma e dalla Svp». Dichiarazioni col contagocce, ieri, ma nei corridoi del Pdl l'aria che tira è questa: la diaspora è ipotesi più che concreta.
Il partito territoriale? Può essere un'idea, ma a una condizione: se i vari Holzmann, Seppi, Urzì e Biancofiore faranno un passo indietro. Gli attuali quattro partiti del centro destra portano avanti una linea omogenea, ma se sono in crisi è colpa dei personalismi. Si lasci dunque più spazio alla base.
Sempre ieri la petizione online promossa da un altro consigliere comunale Pdl, Maria Teresa Tomada, ha superato le 450 sottoscrizioni, più 1600 adesioni pervenute via facebook. Si chiede di salvare i monumenti e che Bondi faccia marcia indietro. L'onorevole Michaela Biancofiore è la prima ad arrivare in piazza Vittoria. Dissimula, ma appare tesa e non rilascia alcuna dichiarazione. Nel pomeriggio, senza giri di parole, ha ammesso la gravità della situazione, parlando di «diaspora». In serata si limita a un: «Riunione a porte chiuse. Conferenza stampa lunedì, spiegheremo tutto». Si pensa a delle manifestazioni.
Il consigliere provinciale Maurizio Vezzali, che l'accompagna, è laconico: «Quanto è accaduto a Roma ci lascia perplessi. Per spiegare il mio stato d'animo faccio un esempio. È come in campo legale: se un avvocato si occupa della mia difesa, ma poi scopro che lavora per la controparte, è meglio cambiarlo». Il capogruppo in consiglio comunale, Mario Tagnin, è criptico ma appare piuttosto inamovibile. «Comunque vada, ho già preso la mia decisione. Visto però il ruolo che ricopro, prima di renderla nota desidero comunicarla al mio gruppo». Gli spiragli per ricomporre la frattura, dunque, appaiono strettissimi. Non c'è rabbia, piuttosto palese delusione. «Un segno, un distinguo, ci sarebbe dovuto essere», esordisce il vicecoordinatore cittadino Enrico Lillo. «Almeno i nostri parlamentari sarebbero dovuti uscire dall'aula», fanno eco diversi colleghi di partito attorno a lui. «Il Pdl locale - spiega il consigliere comunale - è stato ignorato. Forse sarebbe meglio pensare a un qualcosa di, come piace definirlo a Vezzali, blockfrei, ossia lontano da Roma e dalla Svp». Dichiarazioni col contagocce, ieri, ma nei corridoi del Pdl l'aria che tira è questa: la diaspora è ipotesi più che concreta.
Il partito territoriale? Può essere un'idea, ma a una condizione: se i vari Holzmann, Seppi, Urzì e Biancofiore faranno un passo indietro. Gli attuali quattro partiti del centro destra portano avanti una linea omogenea, ma se sono in crisi è colpa dei personalismi. Si lasci dunque più spazio alla base.
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