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BOLZANO. Sanità e privacy, il dibattito si fa sempre più acceso. Ai medici risulta molto difficile pensare di poter curare un paziente che fornisca solo alcune informazioni e ne nasconda altre. Ricordiamo che l’Asl ha messo a punto un modulo obbligatorio (già entrato in vigore) che servirà al paziente per concedere o negare il consenso alla creazione di una cartella clinica e quindi autorizzarne o impedirne la visione ai medici (o chiedere che venga oscurata una parte).
Una questione che ha sollevato le proteste di molti professionisti che si chiedono come potranno mai curare i loro pazienti. Al coro dei più che perplessi si aggrega Enzo Bertamini, medico di medicina generale, tra i titolari del Poliambulatorio pubblico "Medi Life" di Laives, che aggrega tre medici di medicina generale e tre pediatri. «Non è questa la strada da seguire - spiega - . Ho la netta sensazione, al di là di mille belle parole, che con questo modulo il Servizio sanitario punti a tutelare se stesso più che il paziente. Mi chiedo se sia il caso di riempirci di ulteriori carte - quando ognuno di noi è già tenuto al segreto professionale! -. M’intrattengo anche su una questione, che dovrebbe apparire più che ovvia ai più e cioè che io, per curare un paziente al meglio, devo conoscerne tutta la storia clinica. Per questo non credo che la questione privacy sia completamente risolvibile senza qualche compromesso. Credo che poter utilizzare i servizi di un sistema sanitario nazionale in modo quasi gratuito possa “pretendere” come contropartita la disponibilità del cittadino a rinunciare a parte della sua privacy, sempre all’interno di regole chiare». Il modulo che gli piacerebbe l’Asl facesse firmare ai pazienti è un altro. «Io Servizio Sanitario Nazionale utilizzo i tuoi dati personali in mio possesso solo per poter offrire la migliore cura possibile e ti tutelo in tal senso e perseguendo tutti gli abusi che si dovessero presentare attraverso un uso diverso di tali dati. E per gli irriducibili della privacy esiste sempre la medicina privata». Bertamini si chiede se alla fine debba prevalere il diritto all’assistenza sanitaria o il diritto alla privacy. Al medico sembra che la confusione regni regina e che la faccia da padrona la pratica dell’Azzeccagarbugli. «Nell’era della globalizzazione, il problema della riservatezza si pone con maggior attenzione, ma non bisogna nascondersi dietro a un dito visto che ogni giorno, con dati semplicemente amministrativi, basati cioè su indagini richieste e penso alle impegnative, ai farmaci prescritti o ai ricoveri, è possibile individuare pazienti affetti da alcune patologie e se è vero che tali dati risultano criptati, è pur vero che qualcuno questa chiave ce l’ha... consenso concesso o non concesso. La cartella clinica top secret - continua il medico - mi ricorda tanto le pagine di certe clausole scritte minuscole che firmiamo per esempio quando in banca apriamo un conto corrente. Quanti di noi si prendono la briga di leggerle tutte e specialmente quanti sono in grado di interpretarle correttamente? Ai cittadini deve essere chiara una della prime cose che mi hanno insegnato nel corso di medicina e chirurgia: il medico è tenuto al segreto professionale e questo ancor prima che “fosse inventata” la privacy. E che tale segreto riconosciuto anche in ambito civile e sociale, ci dà la possibilità, ad esempio, di curare anche persone in pericolo di vita e con problemi con la giustizia, esonerandoci dall’obbligo di denuncia. Ma oltre a questo, mi hanno insegnato che se voglio cercare di curare al meglio il mio paziente, devo conoscerne la storia, le abitudini e questo processo, chiamato anamnesi, fa parte integrante della buona pratica clinica». Bertamini è convinto che se deve inviare un suo paziente da uno specialista per un consulto, i dati clinici che allega sono pensati per aiutare il collega a risolvere il problema, che è poi il problema del paziente. «Nella mia professione di medico, il caro-vecchio medico di famiglia, il rapporto di fiducia è un dato essenziale e questo è tanto vero che il Servizio sanitario prevede la possibilità di risolvere il rapporto se questo viene a mancare. Mi risulta molto difficile pensare di poter curare un paziente che mi fornisca solo alcune informazioni e me ne nasconda altre».


