BOLZANO. «Adesso posso dirlo, ma il mio miglior professore di italiano è stato Silvius Magnago. Le lettere del presidente, magari in risposta a qualche articolo apparso sull'Alto Adige, non erano solo una lezione di politica ma soprattutto di lingua. Un bellissimo italiano il suo, molto brillante e colto...».

Karl Rainer, storico coordinatore degli esami di bilinguismo, già al vertice dell'ufficio di presidenza della Provincia, per oltre 35 anni a capo dei settori che hanno ideato, perfezionato, riformato il patentino, ricorda l' episodio per dire questo: il tedesco, come l'italiano, non si impara sui libri, a scuola o frequentando “costosi corsi con le nuove tecniche” ma cogliendo le opportunità offerte dalla vita qui. Magari, aggiunge «leggendo prima le istruzioni degli hotel nell'altra lingua o gli ingredienti dei prodotti, oppure ascoltando la radio e la tv o scorrendo i giornali in tedesco».

E distribuisce preziosi “umili suggerimenti”, come Rainer chiama adesso la sostanza esperienziale che ha accumulato in innumerevoli sessioni di esami, riunioni tecniche, colloqui con esperti. Curioso nel quotidiano, divoratore di parole e libri, esploratore di idiomi (“ora studio il russo...”) Karl Rainer inizia dalle cose semplici.

Il tedesco è difficile, no?

«Ma non è difficile guardarsi intorno. Per dire, ognuno di noi va a scuola. Ecco: con tutti i limiti che possiamo attribuire all'istruzione pubblica, sempre a torto accusata di inadeguatezza, è la sola che può darci le basi grammaticali di una lingua».

E la lingua parlata invece?

«Un passo alla volta. Io dico, approfittiamo del momento in cui possiamo costruirci le basi. Sembrano ore noiose ma è lì che troveremo poi le nostre sicurezze».

Lei da dove ha iniziato?

«Dove suggerisco che dovrebbero iniziare tutti. Dal lavoro, dal quotidiano, leggendo tradotta o no la letteratura».

Esempi?

«Io ho sempre guardato per primo l'italiano nei cartelli stradali. O nelle istruzioni tecniche. Oppure negli uffici pubblici. Mettere subito di fronte l'uno all'altro vocabolo. L'Alto Adige è di per se già un libro aperto...».

Vive a Bolzano?

«Certo. E aggiungo a questo proposito un'altra piccola esperienza di vita. Negli anni '70 ho preso una casa in viale Venezia. Sono edifici regalati dalla città di Venezia, nel suo stile, durante il fascismo. Dentro c'era un mondo nuovo per me. Una scoperta. Ad esempio lì dentro c'era un locale chiamato "sbratacucina". Era un ripostiglio. Vorrei che tutti fossero curiosi dell'altro».

Nel quotidiano, dice?

«Abbiamo infinite possibilità di imparare. Ed è la goccia che scava la pietra. E poi cogliere tutte le offerte possibili. Ne abbiamo una infinità. Ad ogni livello è presente una combinazione tedesco-italiano. Penso alla lingua giuridica, dove certi termini in italiano o viceversa sono base di studi europei».

Una fonte di educazione permanente...

«E questo lo dico perchè alla base dell'apprendimento fluido c'è la curiosità, l'interesse esistenziale. Non la forzatura tecnica. Oggi i metodi moderni sono innumerevoli, dai test acustici agli strumenti psicologici. Ma i vecchi, semplici metodi li ritengo ancora molto validi. E meno ansiogeni».

Del tipo?

«Ora sto provando a leggere il russo. E faccio come facevo col latino, da giovane. Scrivo un vocabolo e a fianco la traduzione. Poi la copro. E vado avanti così, piano. Basta imparare 5 vocaboli la settimana. E poi incrociarli. E metterci vicino alcune espressioni gergali con queste parole. E divertirsi a ricombinarle».

Serve memoria?

«La memoria va allenata. E non è certo antiquato imparare a memoria le espressioni e poi metterle in circolo».

Oggi promettono di imparare una lingua in tre mesi.

«Possibile. Cioè: possibile imparare espressioni utili per un viaggio, per chiedere informazioni. Io preferisco l'impegno costante. Anzi, lo consiglio proprio. Unito ad una certa volontà e curiosità. Serve l'interesse per l'altro mondo. Io leggo Dante sempre in italiano...».

E anche i giornali?

«E certo. Ma per iniziare suggerisco anche la radio. O la tv. Sottotitolata o no. Abituarsi a sentire i suoni. Anche senza l'assillo dell'esame per il patentino. Ma d'abitudine. Come schema di vita. Io lo faccio con lo sport».

Le piace?

«È un piacere perchè tante espressioni sono simili, nel calcio e altrove. E allora anche i vocaboli sconosciuti si legano meglio a quelli conosciuti. E avrei una proposta».

Prego.

«Che Alto Adige e Dolomiten facessero un paio di pagine nell'altra lingua. Una volta l'Alto Adige le aveva. E anche la Rai. Adesso bisogna cambiare canale...».

Quindi non serve pagare tanto per progredire...

«Serve se si vuole. Come utile supporto. Ma ci sono tante potenzialità di apprendimento gratuite qui da noi... Penso agli artigiani. Ci sono specialisti che magari non capirebbero tutto Goethe ma nel loro campo, lavorando a Bolzano, si sono ricavati un patrimonio molto raffinato di vocaboli tecnici in due lingue. Ecco, questo intendo per pratica quotidiana. Se c'è interesse e curiosità, il patentino non deve far paura...».

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