BOLZANO. A volte può farci star meglio un nuovo lampione che un poliziotto in più. Oddio, non sarebbe male averli tutti e due, ma lampione versus poliziotto fanno capire la differenza tra l'allarme insicurezza percepito e quello reale.


«Perché militarizzare interi quartieri, riempirli di telecamere e di gente in divisa ci potrebbe far sentire prigionieri in casa nostra». E invece, professore? «Meglio che il sindaco si tiri su le maniche e illumini meglio i parchi, faccia marciapiedi praticabili, riempia i quartieri di attività, costruisca cose e case e riqualifichi. Le novità architettoniche sono un pieno di energia positiva».


Il professore è Andrea Di Nicola, insegna criminologia alla facoltà di Giurisprudenza a Trento, ha scritto libri molto belli come "Confessioni di un trafficante di uomini" ma, di recente, ha fatto anche qualcosa di molto utile: un software per la gestione della sicurezza urbana.


Una banca dati ottenuta incrociando quello di cui si lamentano i cittadini, il "disordine oggettivo" (vetri rotti, cassonetti rovesciati), il disordine sociale (nuovi immigrati), quello realmente criminale e la smart city (traffico, parcheggi, luoghi collettivi).


«In sostanza - spiega- definire i rischi per trovare soluzioni e predire, cioè pronosticare luoghi a possibile allarme insicurezza»


L'ha fatto a Trento questo lavoro. Ma sarebbe utilissimo anche qui.

A Bolzano i dati sulla criminalità classica diminuiscono ma cresce la percezione di essere sotto assedio...
«Quella tra realtà vera e percepita è solo in apparenza una contraddizione».
 

Sono cambiate le città?
«Anche. Ma sono soprattutto cambiati i cittadini. E in luoghi ad alto tenore di vita e con un passato di grande benessere. Come i nostri».
 

In cui avviene cosa?
«La popolazione che invecchia, ad esempio. Più una città diventa anziana e più è soggetta alla percezione dell'insicurezza. Un giovane va dentro le cose, un vecchio cerca ritmi consueti e se non li trova è a disagio. Poi agisce anche il senso di "insicurezza nazionale": le cronache dei grandi crimini sui giornali, la propaganda dei partiti, le notizie sui continui flussi migratori».
 

Ma non è che le amministrazioni sono meno attente al decoro urbano?
«Anche. Forse la crisi, forse una concentrazione intorno ai grandi fenomeni ha fatto cedere sui piccoli. È il principio del "vetro rotto". Se ne vedi uno passi oltre, con due già sei indotto a lasciare anche il tuo rifiuto per terra».
 

E anche l'immigrazione?
«Vedere gente sconosciuta nei luoghi pubblici crea disagio psicologico. Ma sappiamo che non avvengono lì i fenomeni realmente criminali. Io ho famiglia nel Sud d'Italia, Quando i parenti mi raggiungono dicono: ma di cosa vi lamentate? Appunto. Il problema non è la quantità ma la novità».
 

Aumentiamo le forze dell'ordine?
«Militarizzare non serve. Anzi, spesso crea sconcerto. Del tipo: ma allora se mandano così tanti carabinieri vuol dire che siamo in pericolo...».
 

Meglio i vigili?
«Molto meglio. I vigili di quartiere creano presidio e rassicurano. Ma anche agenti discreti».
 

Ma non bastano...
«E infatti serve molto di più. I Comuni dovranno rassegnarsi ma il lavoro più grosso spetta a loro, non alla polizia. Si devono monitorare i quartieri, illuminare a giorno i parchi, riqualificare edifici, favorire le attività commerciali ed economiche, costruire nuove case e edifici pubblici. Milano è rinata anche per questo».
 

Servono tanti soldi...
«Serve soprattutto un progetto. E idee chiare. Per questo è utile quello che abbiamo fatto a Trento. Avere informazioni corrette e dividere, direi informaticamente, insicurezza percepita da quella reale, sapere dove inizia una e finisce l'altra è decisivo per modulare le risposte e non andare a tentoni».
 

Ma l'immigrazione travalica spesso i compiti del Comune.
«Certo l'immigrazione mette le città e i cittadini sotto stress ma conoscere il fenomeno e le sue ricadute reali sui luoghi è fondamentale. Non servono osservazioni e ricette generiche».
 

Come si affronta questo nuovo nemico, la "percezione"?
«E' un fenomeno complesso e dunque necessita di risposte complesse. E su più piani. Nessuno deve essere lasciato solo men che meno l'amministrazione. Per questo sono fondamentali i triangoli tra Comune, polizia e esperti. Tra chi fa politica, chi fa contrasto anticrimine e chi fa prevenzione. Se non si fanno le cose insieme si fanno male e si spendono soldi inutilmente. Lo so che è difficile ma serve un progetto. E serve subito».