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BOLZANO. «La consacrazione ufficiale di questo riconoscimento è importante in un momento in cui in Europa ci sono segnali orrendi della rinascita dei nazionalismi che, nei tempi peggiori della storia dell’umanità, hanno portato al fascismo e al nazismo. È bene che chi oggi sta erigendo muri e mettendo filo spinato ai confini, non dimentichi la storia». Giacca rosso fuoco e la grinta di sempre Lidia Menapace, 92 anni, tra i fondatori del Manifesto, ex senatrice di Rifondazione comunista, da sempre in prima linea nelle battaglie femministe, è stata insignita ieri a Palazzo Ducale dal commissario del governo Elisabetta Margiacchi della Medaglia della liberazione conferita dal Ministro della difesa.
Assieme a lei hanno ottenuto il prestigioso riconoscimento: Odino Bisinella, Alessandro Bonvicini, Ottorino Bovo, Renato Dalpiaz, Giacinto Passoni, Raffaella Zottele Visentin, Bruno Zito.
Otto persone, otto storie. La più conosciuta è Lidia Menapace, novarese d’origine e bolzanina d’adozione, sottotenente “Bruna” durante la resistenza in Val d’Ossola. «Cosa ricordo di allora? La paura, tanta: ho imparato a conviverci e a cercare di superarla. Ricordo ancora la sera in cui dovevo andare a portare dei messaggi e quando sono scesa dal treno, nevicava tantissimo. In fondo alla strada mi sembrava di vedere due mitra puntati contro di me. Ormai non potevo scappare, mi sono avvicinata pensando ad una scusa credibile da raccontare: in realtà non erano mitra, ma le stanghe di un carretto. La paura ti fa vedere anche quello che non c’è».
Ottorino Bovo, 92 anni bolzanino, ammette: «Sono felice: non mi aspettavo questo riconoscimeno. Ero un ragazzo e per otto mesi, dal settembre del ’44 al maggio del ’45, ho fatto la staffetta partigiana: andavo in bici da Bolzano a Trento a portare dei messaggi. Dovevo lasciarli in posti concordati, dove altri li avrebbero presi per farli poi arrivare ai compagni in montagna. Il rischio per me era rappresentato dal fatto che mi trovavo fuori quando c’era il coprifuoco».
Alessandro Bonvicini, 91 anni, ha fatto parte della Brigata Garibaldi che operava nella zona di Belluno. «Mio marito - racconta la moglie - ricorda ancora il giorno in cui arrivò la notizia che la guerra era finita. Rientrato da Feltre, si fermò in quella che oggi è la sede del Quarto corpo d’armata e la prima persona che incontrò era suo padre Luciano».
Anche Odino Bisinella, 91 anni, ha contribuito alla lotta partigiana, facendo la staffetta nella zona di Cittadella, dove abitava prima di trasferirsi negli anni ’40 a Oltrisarco.
Fabio Visentin ha ritirato il riconoscimento dato alla madre Raffaella Zottele, 101 anni. «Mio padre - racconta il figlio - era partigiano, mia madre sfollata a Spormaggiore, io ero nato da poco e la nostra casa era punto di riferimento per tutti i compagni. Un giorno arrivò la Gestapo per arrestarlo, lui non c’era e allora arrestarono lei. La rilasciarono solo perché poco dopo arrestarono mio padre che finì nel lager di via Resia, dove venne liberato nella primavera del ’45». Bruno Zito, 90 anni meranese, è stato partigiano nella zona della Valsugana: faceva parte di un gruppo che aveva il compito di bloccare la linea ferroviaria dove passavano i rifornimenti per le truppe.
Giacinto Passoni, storico sindacalista della Cgil e già direttore del patronato Inca, faceva parte della formazione Matteotti attiva nella zona tra Monza e Milano. Diversa la storia di Renato Dalpiaz, 88 anni e cinque figli, ufficiale dei carabinieri, che ha ottenuto il riconoscimento come perseguitato politico. «Avevo 16 anni ed ero sfollato con la famiglia in Val di Non quando le Ss mi arrestarono: non cercavano me, ma un partigiano che io neppure conoscevo».(a.m)


