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BOLZANO. Nessuno si sbilancia sul numero di profughi che rimarranno incagliati in Alto Adige a causa della sospensione di Schengen da parte della Germania, ma è possibile farsene un’idea dall’ampiezza dell’intervento previsto e dalla robustezza delle strutture che sono state messe in campo. Protezione civile, attori del volontariato, ripartizione servizi sociali della Provincia e Croce Rossa, tutti intorno a un tavolo, ieri, per siglare un protocollo operativo pensato per organizzare l’emergenza profughi.
Si tratta di un passo avanti rispetto alla situazione di volontariato spontaneo attualmente in azione nelle stazioni di Bolzano e Brennero, ma anche un trampolino di lancio verso uno scenario ben più complicato, durante le tre settimane di chiusura della frontiera tedesca. Due fasi distinte, nel piano provinciale, che parla di una ristrutturazione del servizio pensata per gestire un’afflusso di circa 300 profughi al giorno. La settimana scorsa, l’assessore Martha Stocker ha già dato un’occhiata alla sala in stazione che potrebbe essere utilizzata a questo scopo: ben più grande di quella attuale, dotata di bagni e docce, e che dia la possibilità anche di installare brandine per permettere ai migranti “di transito” di passare la notte al coperto in attesa del treno successivo. Le richieste Rfi, la società del gruppo Ferrovie dello Stato che gestisce le strutture, se non è già partita probabilmente verrà recapitata in questi giorni. Il nuovo protocollo prevede inoltre la creazione di una sorta di cabina di regia del servizio, affidata alla Protezione Civile, che dopo i sopralluoghi di questi giorni sta lavorando per stabilire turni, numero di persone necessarie da impegnare nelle stazioni, esigenze logistiche e tutto il necessario per un’accoglienza di base.
Il protocollo è stato firmato anche da Volontarius, già attivo al binario 1 con i suoi volontari per distribuire cibo, abiti e mediazione culturale ai nuovi arrivati; al tavolo c’era anche la Croce Rossa, che si è impegnata dal punto di vista sanitario confermando gli standard di screening dei profughi in transito, la Caritas che sta già gestendo alcune strutture di accoglienza e il volontariato autonomo, che ieri ha organizzato durante la conferenza un flashmob con cartelli di sensibilizzazione.
Tutti d’accordo nell’affermare che è necessario un ulteriore sforzo della cittadinanza per fornire cibo e soprattutto tempo, con un incremento in vista del numero di profughi che preoccupa non poco le associazioni umanitarie e i funzionari della Provincia.
Sullo sfondo resta invece lo scenario (che gli analisti dipingono come una crisi di portata eccezionale) causato dalla chiusura delle frontiere tedesche. I dati non sono ancora stati resi noti dal Ministero, e domani gli enti locali avranno un incontro con il prefetto Elisabetta Margiacchi durante il quale sperano di ricevere istruzioni chiare.
Nel frattempo, però, ci si prepara al peggio, e cioè ad uno scenario con alcune migliaia di profughi da ospitare per circa un mese, prima che possano riprendere il viaggio verso nord. Per fare questo, è stata mobilitata la Protezione Civile, che valuta la possibilità di occupare una struttura in disuso nell’areale ferroviario per destinarla a dormitorio e centro di accoglienza.
L’alternativa sarebbe quella di un attendamento, con le strutture da campo già pronte, per dare vita ad un campo profughi provvisorio. Dall’altro lato si è mossa la ripartizione servizi sociali, che sta tracciando la mappa delle riassegnazioni sul territorio provinciale, favorendo i comuni dove ci sono caserme in disuso che possono essere riattivate senza troppe spese e trasformate in dormitori, oppure strutture di proprietà degli enti locali che potrebbero essere destinate temporaneamente all’accoglienza di queste migliaia di pofughi.
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