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BOLZANO. Una tesi di laurea può restare chiusa in un archivio. Oppure può diventare una storia da raccontare al microfono. Luca Giacinti, 21 anni, violinista umbro arrivato a Bolzano sei anni fa, leggendo le tesi degli studenti del Conservatorio Claudio Monteverdi ha scoperto un patrimonio di storie, idee e riflessioni che meritava di uscire dalle aule e dagli scaffali. Da qui è nata "Laurea in musica", la rubrica che porta su Rai Radio 1 Alto Adige, all'interno di "Youth on Air" condotto da Valentina Cibin, le voci e i lavori dei giovani musicisti. Una quindicina le puntate già scritte, ciascuna costruita attorno a una tesi e alla persona che l'ha trasformata in un percorso di studio. Perché dietro una laurea al Conservatorio, sostiene Luca, non c'è soltanto una partitura da eseguire, ma un mondo di competenze, domande e storie che merita di essere ascoltato.
Luca, partiamo dall'inizio. Come è arrivato a Bolzano e al Conservatorio?
Sono nato in Umbria e fino ai 15 anni ho vissuto nel Lazio, vicino a Orte. Poi ho frequentato il liceo musicale Pascoli e mi si è presentata l'opportunità di iniziare il Conservatorio prima di aver concluso le scuole superiori. Bolzano è una delle poche città in cui è possibile farlo. Il primo anno sono stato in convitto, poi ho iniziato a vivere in affitto. Adesso ho 21 anni e questo è il mio quinto anno al Conservatorio.
E il violino quando è entrato nella sua vita?
Ho iniziato alle scuole medie. Non sono partito dal violino, però: studiavo pianoforte. Nella stanza accanto sentivo l'insegnante di violino e, ascoltandola, mi sono incuriosito. È stato il mio insegnante delle medie a farmi appassionare davvero alla musica. Per un periodo ho studiato entrambi gli strumenti, pianoforte e violino, poi ho scelto il secondo.
Cosa l'ha conquistata proprio del violino?
La sua duttilità. Il violino ricorda molto la voce umana: negli archi è lo strumento che riesce ad arrivare più in alto e può davvero "cantare". È una caratteristica che mi affascina molto, anche perché sono sempre stato interessato al canto lirico e, in particolare, alla voce sopranile. Nel canto, come nel violino, c'è qualcosa che passa attraverso le corde e che permette di esprimere la musica in maniera molto diretta.
C'è un violinista che ha rappresentato per lei un punto di riferimento?
Uto Ughi. Ho sempre ascoltato i suoi concerti e per me rappresenta la massima ispirazione. È una persona magnetica, che mi ha lasciato davvero tanto.
Dalle tesi degli studenti è nata la sua esperienza in radio. Com'è successo?
Il Conservatorio offre la possibilità di svolgere uno student job di 200 ore. Io ho lavorato in archivio e ho avuto così l'occasione di leggere le tesi degli studenti del Conservatorio, che vengono raccolte e conservate. Mi sono accorto che dentro quelle pagine c'erano moltissime storie interessanti. Alcune affrontavano temi di grande attualità, altre erano più strettamente musicali, per esempio dedicate a Schubert o ad altri compositori. A un certo punto ho pensato che quelle storie meritassero di essere raccontate anche fuori dall'ambiente accademico.
E così ha deciso di trasformarle in una rubrica radiofonica?
Esatto. Dopo aver letto le tesi ho contattato gli autori e ho chiesto loro di venire in Rai per raccontare il proprio lavoro. Ho scritto una quindicina di puntate, ognuna della durata di circa mezz'ora. La rubrica si chiama "Laurea in musica" ed è inserita all'interno di "Youth on Air", il programma di Valentina Cibin. La prima puntata è andata in onda sabato scorso. Il programma comincia alle 12.25: io curo la prima parte, poi ci si collega con il giornale radio nazionale.
Che tipo di conversazione vuole creare con gli ospiti?
Non voglio fare una puntata accademica. Deve essere soprattutto una chiacchierata. Parto spiegando perché ho scelto quella determinata tesi, poi insieme alla conduttrice presentiamo l'ospite. Dopo le prime domande arriva un primo ascolto musicale e poi riprendiamo con le domande: alcune sono biografiche, altre riguardano la tesi e altre ancora affrontano questioni più generali, come la situazione della musica oggi o quella del teatro. Infine c'è un secondo ascolto, scelto dall'ospite.
Quindi la musica diventa anche un modo per parlare della società?
Sì. Per esempio, una ragazza ha scritto la sua tesi sull'intelligenza artificiale e la musica. Con lei possiamo parlare non soltanto di tecnologia, ma anche di didattica e di come stanno cambiando alcuni aspetti della formazione musicale. Il Conservatorio non è un mondo chiuso: al suo interno ci sono persone che studiano temi molto diversi e che hanno qualcosa da dire anche su questioni contemporanee.
Qual è allora l'ambizione di "Laurea in musica"?
Vorrei che fosse un canale attraverso il quale i ragazzi che si formano al Conservatorio possano essere considerati con la stessa dignità degli studenti delle altre facoltà universitarie. Ogni volta che si dice di studiare in Conservatorio, purtroppo, capita ancora che qualcuno chieda: «E poi? Fai anche l'università?». È come se lo studio della musica fosse una disciplina di contorno o comunque meno seria rispetto ad altri percorsi di laurea. Invece il Conservatorio è un percorso di formazione vero e proprio.
Dopo sei anni a Bolzano, pensa di rimanere qui?
Mi piacerebbe. Bolzano è una città molto fertile. Ho anche avuto l'opportunità di diventare consigliere d'amministrazione della Fondazione Busoni-Mahler, un incarico che mi permette di vedere da vicino come funziona una realtà culturale. Ci sono anche aspetti burocratici, naturalmente, ma è molto interessante osservare il lavoro del direttore artistico e il modo in cui vengono prese le decisioni. Mi piace l'idea di un sistema basato sulla trasparenza e sulla serietà: se ci sono le risorse, si fanno le cose; altrimenti no. Anche con il Bolzano Festival hanno realizzato concerti molto interessanti.


