BOLZANO. «Ho letto sul giornale Alto Adige la vostra inserzione per l’assunzione di elementi femminili nella carriera di commessa». Iniziava così nel 1957 la richiesta di assunzione, scritta con calligrafia perfetta, da Enza Boldrin aspirante commessa dell’Upim di via della Posta, all’epoca Rinascente. La custodisce assieme ai “biglietti di punizione” che hanno costellato una lunga carriera: 150 lire trattenute sulla paga per “disattenzione sul lavoro”.

Boldrin, Rosella Parolari e Monica Bancaro rappresentano tre generazioni di commesse che con orgoglio hanno lavorato una vita in quello che è stato il primo grande magazzino di Bolzano - aperto nel 1934, chiuderà i battenti il 20 settembre -: sono passati gli anni ma per i clienti ancora oggi sono le “signorine dell’Upim”.

«Il termine “signorina” - racconta Boldrin - non è usato a caso, visto che, fino agli anni Sessanta, Upim assumeva solo ragazze che non fossero sposate. Si sapeva già che, nel momento in cui una avesse deciso per il matrimonio, avrebbe dovuto licenziarsi».

Matrimoni vietati. Il mondo, anche all’Upim, ha cominciato a cambiare intorno agli anni Sessanta quando lo Statuto dei lavoratori ha iniziato a tutelare la donna e in particolare la maternità. Durante il boom economico il negozio di via della Posta era il punto di riferimento per gli acquisti anche per chi arrivava dalle valli. Oltre che un regno da favola per i bambini. «Mia mamma - racconta Bancaro - diceva a me e mia sorella: “Se fate le brave vi porto all’Upim”. Andare lì era una festa: c’era un intero reparto di giocattoli». Un negozio su tre piani con la scala mobile inaugurata il 5 novembre del 1957. «Quel giorno c’era stato l’assalto - ricorda Boldrin -: rivedo il direttore che armato di megafono invitata a stare sulla destra».

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Lì si trovava di tutto: dalla biancheria ai casalinghi, dall’abbigliamento uomo e donna ai giocattoli, ai libri, alla cartoleria; per un periodo anche alimentari. «Allora - racconta Boldrin - quando si comprava un vestito ci si pensava a lungo, perché avrebbe dovuto durare anni. Per questo era importante conoscere il prodotto e poi saperlo vendere. Noi commesse, che nel periodo d’oro siamo arrivate ad essere 150, facevamo i corsi di formazione. Erano molto severi, però è lì che ho imparato a fare un mestiere che non è facile. Mi capitava, soprattutto all’inizio, di lavorare con la responsabile del reparto alle spalle: controllava come trattavo i clienti e se riuscivo o meno a vendere. Quando il cliente se ne andava senza comprare, voleva capire il perché non ero riuscita a convincerlo».

II campanello. Rosella Parolari è stata assunta nel magazzino di via della Posta il 15 ottobre del 1960: aveva 15 anni. Tempi quelli in cui le commesse portavano la divisa disegnata all’insegna del rigore. «Come apprendista avevo il grembiule a righe rosse e sognavo il giorno in cui, promossa commessa, avrei indossato finalmente il grembiule azzurro con il colletto celeste».

Bancaro è arrivata 18 anni dopo a causa di una malattia agli occhi che le ha impedito di proseguire gli studi artistici e diventare restauratrice.

Altra epoca, altro look. «Era diventato importante che la commessa alla professionalità unisse la bella presenza. C’era un invito esplicito della direzione a truccarsi».

E Bancaro, al contrario di Parolari, non ha vissuto neppure l’incubo del campanello per andare in bagno. «Ai miei tempi - spiega Parolari - bisognava suonare un campanello. Arrivava la sorvegliante che era una specie di “kapò”, ci palpeggiava per controllare che non avessimo rubato nulla e finalmente ci apriva la porta della toilette. Una volta la sorvegliante ha tardato troppo e una collega ha fatto la pipì sotto il bancone. Si è potuto andare in bagno liberamente, dopo che le commesse esasperate si sono messe tutte assieme a suonare il campanello e la sorvegliante è svenuta per l’agitazione». C’era rigore, ma l’Upim era anche una grande famiglia. Boldrin ha ancora la ricevuta degli acquisti fatti nel 1962 - uno specchio, uno spazzolone, un secchio, mutande, una cintura e calze - con il buono da 19 mila lire, regalo di nozze dell’azienda. Parolari da apprendista ne aveva ricevute solo 12, mentre Bancaro, anni dopo, se n’era trovata in busta paga 250: «Con quei soldi ho comprato le fedi».

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