Bolzano. Quando Michele Delli Santi e Antonio Franconieri si trasferirono a Bolzano, non immaginavano di certo il triste destino che li attendeva, e non poteva immaginarlo neppure Graziano Nannetti, 27 anni, che invece a Bolzano era nato e cresciuto. Delli Santi aveva 25 anni e veniva dalla provincia di Bari, Franconieri di anni ne aveva 37 e veniva dalla provincia di Reggio Calabria, entrambi si erano trasferiti in provincia, come tanti giovani del Sud in cerca di lavoro e il lavoro lo avevano trovato a Bolzano. Le loro giovani vite furono spezzate subito dopo l’esplosione che nella notte tra il 22 e 23 aprile del 1976 distrusse parte dello stabilimento della “Cellsa”.

La fabbrica

La Cellsa, sorta tanti anni prima col nome di “Unione fiammiferi”, si trovava in zona industriale (dove adesso si trova la “Metro”) e produceva pannelli truciolari di legno; la fabbrica era in buona salute, e tra operai e impiegati occupava quasi 140 persone, i pannelli venivano venduti in tutta Italia dove avevano un buon mercato e, in parte, anche all’estero e servivano per realizzare mobili. La proprietà della Cellsa era svedese, mentre il direttore, l’ingegner Horst Grelle, era tedesco. Dopo quell’episodio nulla fu più come prima. Ma cosa accadde realmente quella notte ai due reparti della fabbrica, che venivano chiamati Cellsa 1 e Cellsa 2?

La tragedia

Era da poco passata la mezzanotte quando al reparto della Cellsa 1 si udì una fortissima esplosione, seguita subito dopo da un incendio che si estese anche alla Cellsa 2; in pochi secondi i capannoni presero fuoco e tutt’intorno scoppiò l’inferno. Le fiamme si alzarono altissime, facendo crollare le scale e facendo saltare la corrente elettrica, il fumo avvolse tutto e tutti. I pompieri e le ambulanze arrivarono subito, ma per qualcuno non si poté più fare niente. I poveri Nannetti e Franconieri si trasformarono in torce umane e per loro non ci fu scampo, Nannetti morì mentre veniva trasportato in ospedale, Franconieri morì nel pomeriggio dello stesso giorno a Verona, tanto gravi erano state le ustioni riportate. Tristissima fu la morte di Delli Santi; lo sfortunato quando scoppiò l’incendio si trovava al terzo piano della torre, dove lavorava abitualmente e salì al quarto piano sia per evitare le fiamme sia perché le scale erano crollate e non riusciva più a scendere. Le fiamme erano troppo alte e i pompieri non riuscirono a raggiungerlo, Delli Santi cominciò a urlare: «Aiutatemi, non voglio morire, sono ancora giovane!». Urlava e chiamava la mamma, ma col passare dei minuti la sua voce si fece sempre più flebile, fino a cessare del tutto; il giovane lavorava alla Cellsa da meno di una settimana…

I testimoni

La Cellsa era una di quelle fabbriche che in zona industriale era stata posta “sotto sorveglianza” dalla Provincia poiché inquinava, quest’ultima, poco tempo prima, aveva chiesto che fossero adottate delle misure volte al contenimento e alla riduzione delle emissioni inquinanti. Abbiamo parlato degli avvenimenti di quella notte, delle vicende e delle polemiche che seguirono con Giuseppe Baumgartner, Mario Rotella e Alberto Stenico; i primi due lavoravano alla Cellsa all’epoca dei fatti, mentre Stenico seguì le vicende da sindacalista.

Ricorda Baumgartner, oggi settantacinquenne, alla Cellsa dal 1963: «Entrai alla Cellsa giovanissimo, quando si chiamava ancora “Unione fiammiferi”; era noto a tutti che la Cellsa inquinava, per questo la Provincia era intervenuta; lavoravamo il legno e le polveri si diffondevano dappertutto, sia all’interno della fabbrica che all’esterno, per le strade in particolare. Dopo la richiesta della Provincia, la direzione decise di modificare gli impianti riuscendo a ridurre l’inquinamento esterno, ma creando, probabilmente, una miscela esplosiva all’interno. La notte dell’incidente non ero al lavoro perché avevo appena finito il turno serale. Quella notte scoppiò il finimondo, dopo l’esplosione, le fiamme avvolsero tutto. Oltre ai morti, ci furono anche parecchi feriti, che però si ripresero in poco tempo. Fu molto triste la morte di Delli Santi, che cercò inutilmente riparo al piano alto della torre, ma non riuscì a salvarsi». Mario Rotella, che di anni ne ha 70, ricorda bene quel che accadde e gli avvenimenti che seguirono. «Io quella notte non ero di turno - dice Mario -,poiché ero di riposo. Noi sapevamo bene che la Cellsa inquinava e che gli standard di sicurezza non venivano pienamente rispettati, per esempio per raccogliere i residui della lavorazione – frammenti di legno e polveri in particolare – non si usavano degli aspiratori ma dei dispositivi ad aria compressa la cui efficacia era limitata, poiché una parte dei residui sfuggiva comunque, accumulandosi nei macchinari e nei pavimenti. Dopo la richiesta della Provincia, finalizzata alla riduzione dell’inquinamento, i residui della lavorazione venivano raccolti in un silo di stoccaggio per essere poi riconvertiti, ma le polveri continuarono a circolare all’interno degli stabilimenti. Vorrei precisare che le fiamme non si propagarono dalla Cellsa 1 alla Cellsa 2, poiché gli impianti erano separati», conclude Mario.

Alberto Stenico era all’epoca un giovane sindacalista della Cgil e ha un ricordo nitido degli avvenimenti. Dice Stenico: «Quando accadde il disastro, lavoravo al sindacato Fillea Cgil, componente della FLC unitaria. La mattina successiva, appena avuto notizia dell’accaduto, mi recai subito in fabbrica, scioccato alla notizia degli operai morti e feriti. Mi fece impressione vedere tutto distrutto e tutto bruciato. L’emozione fu enorme, non solo in città ma in tutta la provincia. In zona industriale c’erano ancora 6 o 7 fabbriche con ciminiere che fumavano, erano gli anni in cui erano state approvate le prime leggi provinciali sulla tutela dell’ambiente e a riguardo c’era molta sensibilità. In Zona molte fabbriche avevano indici di emissioni superiori a quelli consentiti e tra queste, probabilmente, la Cellsa, che agì preventivamente per ridurre le emissioni di polveri e fumi inquinanti. Devo dire che la risposta dei sindacati fu unitaria e molto determinata e il dialogo tra noi fu ottimo. Portammo subito il problema della sicurezza e della salvaguardia dei posti di lavoro alla sede della Associazione industriale e della Giunta provinciale, oltre che al Comune di Bolzano. Ricordo che quando si aprì la trattativa sindacale con la Cellsa, partecipò anche il Presidente Silvius Magnago, probabilmente era la prima volta che prendeva parte a una trattativa sindacale».

Maurizio Surian, all’epoca delegato sindacale della Cgil, si è occupato in passato della “Tecnopan”, nata dalle ceneri della Cellsa. «La vicenda della Cellsa - sottoliena - colpì nel profondo tutti i lavoratori della provincia per una ragione molto semplice: i lavoratori erano morti svolgendo il proprio lavoro. È importante conservare il ricordo di quello che accadde, come è importante conservarne la memoria storica, poiché trasmettere la memoria significa aiutare tutti a non ripetere gli stessi errori».

L’epilogo. Quali furono gli sviluppi successivi? Nannetti e Franconieri furono sepolti a Bolzano martedì 27 aprile, mentre Delli Santi fu riportato in Puglia. La fabbrica rimase chiusa per quasi due anni e la cassa integrazione scattò solamente alla fine dell’anno, costringendo i lavoratori a restare senza stipendio per mesi e mesi. La Cellsa abbandonò e al suo posto subentrò la “Tecnopan”, che continuò a produrre pannelli di legno, molti lavoratori furono riassunti, altri preferirono cambiare lavoro. Poi, nel 1987 la Tecnopan venne dismessa e su quell’area si insedio Metro. Nel 2010 il Comune di Bolzano ha intitolato ai tre lavoratori morti la rotonda tra via Volta, via Buozzi e via Pacinotti. Nel 2013, in coincidenza con la Festa dei Lavoratori del 1 Maggio, sempre il Comune di Bolzano, ha posto una targa in ricordo delle vittime.