Si è svolta domenica, con partenza da Ora e arrivo a Molina di Fiemme “La vecia ferrovia della val di Fiemme”. Si tratta di una gara assai nota in Bassa Atesina, che coinvolge una gran quantità di appassionati di mountan bike (più di 3500 gli iscritti quest’anno).
Anche noi (la mia famiglia ed io) ogni anno coinvolti. Non siamo iscritti, né amatori, né nello staff organizzativo: semplicemente, abitiamo lungo i percorso. Nel bosco sopra Montagna, qualche centinaio di metri sopra il Castel d’Enna, si trova il maso Elsenhof, in cui viviamo noi, assieme ad altre due famiglie. La corsa passa proprio di qui ed è impossibile non accorgersene.
Già nelle settimane precedenti appaiono cartelli e paline segnaletiche che ai corridori segnalano il percorso, e a noi ricordano che è arrivato agosto (e quest’anno ci son proprio voluti i cartelli per ricordarcelo, perché il tempo non ci ha certo fatto capire molto…).
L’avviso nella cassetta della posta ci informa sugli orari in cui la strada verrà chiusa al traffico delle auto. I nonni, che di agosto ci fanno visita, vanno a messa prima delle nove, se no, poi, per un bel pezzo, non si passa più. All’Elsenhof i primi atleti transitano verso le 10.
I bambini del maso, a quell’ora, hanno già preso posto sulle loro sedie, per non perdersi «questi che vanno così forte!». E in più ci sono le moto, che aprono la corsa, e soprattutto l’elicottero.
Il passaggio dei primi corridori (quelli che puntano davvero a vincere la gara) è davvero impressionante. Nel tratto in cui abitiamo il percorso abbandona le comode pendenze del tracciato della vecchia ferrovia (mai superiori al 3-4%) per prendere invece una stradina tra i vigneti (fino a qualche anno fa sterrata) piuttosto ripida. Qui le pendenze superano il 10%. Ma questi atleti in testa al plotone non sembrano accorgersene. Sfrecciano a una velocità incredibile e, per lo sforzo, difficilmente hanno il tempo (o il fiato) per salutare o per guardarsi in giro.
Man mano che i ciclisti ci scorrono davanti la loro velocità diminuisce.
Salutano, chiacchierano, sorridono ai bambini, scherzano. Qualcuno riesce addirittura a rispondere alla domanda che puntualmente, ogni anno, qualcuno dei bimbi formula a voce irrimediabilmente alta: «Ma questi perché vanno così piano?».
I venti metri di strada di fronte al maso noi li chiamiamo “il tratto del porco…”.
Succede che dopo una ripida rampa, la strada, per quei venti metri, spiana un po’. I ciclisti riprendono fiato, sono soddisfatti di essere ancora in vita, e si rilassano. Poi rialzano la testa e scoprono con sconforto che di fronte li aspetta un altro lungo strappo, assai più ripido del precedente. È in quel momento che scatta il “porco…”; a volte isolato, più spesso accompagnato da sostantivi di riferimento; in ogni caso poco adatto alle orecchie dei più giovani tra il pubblico.
Ma passano i minuti, cala la velocità. Si diradano i concorrenti. Qualcuno è venuto a patti con se stesso, è sceso dalla bici e ora spinge: «Ma solo per questo pezzetto, giuro!».
In fondo è una bella corsa anche per questo: c’è posto per tutti, per chi va forte e per chi va piano.
La corsa sfila via: l’elicottero da tempo non si sente più; una moto con tanto di bandiera segnala la fine del plotone. I bambini ripongono le sedie discutendo su quale era la bici più “cool”.
Ora qualcuno dovrà andare a riprendere i nonni in chiesa.
*Maso Elsenhof

