BOLZANO. Cosa ne dice della scritta della Arendt, architetto?

«Beh, più ci penso e più mi sembra una foglia di fico. Una sorta di autogiustificazione per aver lasciato lì un pezzo di storia complicata. Ma ha anche un vantaggio».

E quale?

«Che si tratta di una cosa che si può togliere. È staccata dal bassorilievo. Progettualmente si poteva fare ancor meno, nel senso della invasività, ma è importante che sia staccabile. E le faccio una previsione: tra qualche tempo la toglieremo. Saranno i nostri figli e i nostri nipoti a toglierla. Perché loro cresceranno con un legame meno diretto col passato. E sarà un gran bene».

Oswald Zoeggeler non solo fa e insegna architettura ma è stato l'artefice, in tempi in cui il passato era ancor più presente che non oggi nella nostra vita, della riscoperta della Bolzano razionalista. Con un libro, "L'architettura per una Bolzano italiana", che ha fatto scuola.

Oggi sarebbe stato meno coraggioso: ovunque nel mondo quel trentennio di ridisegno delle città europee è considerato l'ultima corrente costruttiva di respiro innovativo.

E' per questo che Zoeggeler guarda all'operazione di depotenziamento di piazza Tribunale cercando un angolo di osservazione un po' più professionale e un po' meno politico.

Doveva essere ancora più leggero l'intervento?

«Posto che io avrei lasciato le cose come sono sempre state, sì, non so come ma più leggero è meglio è».

Comunque...

«Comunque l'importante è che il ferro sia staccato dal marmo. Che non incida sull'opera in modo irrimediabile. Questo lascia aperte delle strade».

Ad esempio?

«La possibilità di toglierlo. Sono convinto che tra qualche tempo succederà. Probabilmente quando sarà passata questa generazione così attaccata al passato, al suo lascito di divisioni e anche di sofferenze. Saranno i nostri figli e nipoti a non capire più perché sia stato coperto e lo libereranno come ...".

Come si farebbe con l'archeologia?

«Appunto. E poi mi lascia perplesso la scritta. Capisco il senso delle parole della Arendt ma messa così... E' una frase già criptica di suo, costringe ad uno sforzo interpretativo e quasi rischia di richiamare l'interesse verso quello che c'è sotto. E' una autogiustificazione. Come se non si avesse il coraggio, come comunità, di osservare quello che si è stati».

Rispetto a trent'anni fa, quando era stato considerata rivoluzionaria da un lato e provocatoria dall'altro, la sua rilettura della Bolzano modernista e anche fascista, cosa è cambiato?

«Molto, se non tutto».

Oggi quello che è accaduto al Corso sarebbe impossibile?

«Immagino di sì. Ma è mutato l'approccio soprattutto architettonico. Vediamo come, anche urbanisticamente, la città disegnata negli anni Quaranta sia infinitamente più notabile che non quella dei decenni successivi».

Pensa a che cosa?

«A tutta la città costruita ex novo dopo. Magari ho costruito qualche palazzo anch'io e mi do la zappa sui piedi ma...»

Ma?

«Bruttina. Viale Europa e tutto intorno. I nuovi quartieri di espansione. Le ricuciture. E sì che è stata disegnata quasi sul nulla. Come pure avevano fatto Piacentini e i suoi colleghi tanto tempo prima. Non esiste niente di paragonabile ai rapporti vuoto-costruito di Corso Libertà o Corso Italia. E poi le piazze».

Su quelle ha sempre avuto un'idea precisa, no?

«Bolzano purtroppo ha poca qualità urbanistica. Ha i Portici, ha piazza Walther che, tuttavia, si è formata quasi per caso. Piazza Domenicani è stata creata dai fascisti. Come piazza Vittoria e Mazzini. Nella città non razionale le piazze non esistono. Non c'è stato mai un'idea di costruzione di spazi nel senso di rapportarli coi "pieni"».

La sua è una sentenza senza appello.

«Ma no, le idee possono essere tante. Questa è la mia. Per cui parafrasando Hannah Arendt, direi che a questo proposito: " nessuno ha il diritto di non giudicare"».(p.ca)

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