BOLZANO. Lorenzo Sola, esponente di Sel, domenica voterà no.

Perché?

«Perché quella legge è il risultato di una forzatura fatta dalla Volkspartei nella scorsa legislatura senza cercare il consenso. E il risultato è stato che il testo l’hanno approvato solo con i loro voti. Una cosa gravissima se si pensa che in ballo c’è la democrazia diretta».

La critica più forte?

«Il numero di firme richiesto per indire il referendum è troppo elevato. O meglio, assolutamente sproporzionato».

Il numero di firme equo secondo lei quale sarebbe?

«Facendo il raffronto a livello nazionale, direi 5 mila firme».

Nella legge della Svp però è prevista anche la firma telematica che rende tutto più semplice?

«In teoria sì. In pratica no e lo sappiamo tutti perfettamente. Le tecnologie non sono ancora patrimonio della totalità delle persone. Certamente è un fatto positivo, di cui si raccoglieranno i frutti nei prossimi anni quando si avrà una diffusione capillare di Internet. Oggi però la firma telematica non può essere l'alibi per chiedere 26 mila firme per indire un referendum».

Rispetto alla vecchia legge però non è più richiesto il quorum per la validità del referendum.

«Il fatto che non ci voglia un quorum mi sembra il minimo. E poi c'è il problema di come si fa la campagna elettorale».

In che senso?

«Si sono ridotti gli spazi per la campagna elettorale. I tempi sono stati troppo stretti per spiegare alla gente il motivo per cui domenica bisogna andare a votare. Ma la cosa più grave è che si sono tagliati fuori i comitati che sono i promotori delle iniziative popolari. Il risultato è che questo sistema favorisce i partiti organizzati. In primo luogo la Svp. A questo si aggiunge il fatto che, oltre ai tempi e agli spazi, sono state limitate le materie che possono essere oggetto di consultazione popolare. Per capirsi, tutta la parte legata al fisco è esclusa e lo stesso discorso vale per i costi della politica».

Non c’è il rischio che se si abbassa il numero delle firme per indire il referendum, si blocca tutto, perché su ogni cosa si può fare una consultazione popolare.

«È chiaro che bisogna trovare la quadra, in modo da contemplare le due esigenze».

A questo punto cosa bisogna fare?

«Bisogna mettersi intorno a un tavolo e fare una legge condivisa e seria. Bisogna ridurre le firme e far sì che i comitati referendari tornino ad essere protagonisti. Inoltre tutte le materie devono poter essere oggetto di referendum».

Come andrà domenica? «Temo che non ci sarà grande partecipazione, perché non c’è stata alcuna informazione. La gente ci ferma per strada e ci chiede per cosa si vota domenica». (a.m)