BOLZANO. Le nozze combinate sembrano qualcosa di (molto) lontano nella società moderna eppure rappresentano la novità emergente nel mondo della violenza sulle donne.Sembra incredibile, ma anche a Bolzano i matrimoni decisi a tavolino rappresentano un fenomeno con cui confrontarsi. A dirlo sono le collaboratrici dell’associazione Gea intervenute ieri in piazza Municipio durante la manifestazione organizzata dalla polizia. Davanti al camper della questura sono loro a spiegarci ciò che accade.

«Stiamo seguendo i primi casi di ragazze giovanissime che crescono in Italia da famiglie d’origine straniera e poi vengono costrette dalle famiglie a rimpatriare». Il motivo è legato proprio alle nozze combinate. «Le giovani donne vengono promesse ad una data famiglia in patria. Una volta raggiunta la maturità, poi, vengono consegnate ai mariti designati». Le sofferenze che ne derivano sono incredibili. «Accade anche con le giovani di seconda generazione che sono nate e cresciute qui. Costringerle a tornare in un Paese che non conoscono ingabbiandole in una situazione simile è terribile. Ancor prima di considerare le sofferenze di un matrimonio combinato». Tutto con un uomo che, con ogni probabilità, non hanno nemmeno mai visto. «Sì, capita anche questo purtroppo. Una situazione che al giorno d’oggi sembra quasi inimmaginabile ma ci stiamo rendendo conto che può accadere». Non è facile, inoltre, fare in modo che il fenomeno venga alla luce. «Confrontandoci con le nuove generazioni ci imbattiamo in aspetti nuovi della violenza. Anche per questo entrare nelle scuole per prevenire diventa fondamentale».

L’incontro in piazza Municipio è stato organizzato dalla polizia.

«Il Ministero dell’Interno ha attivato questo programma a cui hanno aderito 22 questure - spiega il direttore tecnico e capo psicologo Silvia Mulargia - e noi siamo contenti di essere tra queste». Il contatto con le donne è fondamentale. «Il punto di partenza da cui inizia il nostro supporto alle donne è proprio la denuncia. Questo, però, non è un passaggio semplice. Prima una donna deve avere la consapevolezza di essere maltrattata, poi deve trovare il coraggio di denunciare. Il nostro lavoro è quello di agire a tutti i livelli per trasmettere il messaggio che in questura si possono trovare tutti gli strumenti per essere aiutate. Abbiamo team specializzati nello stalking, una sezione dedicata e un servizio psicologico attento». Anche i poliziotti entrano nelle aule scolastiche. «Di recente abbiamo seguito un percorso al centro formazione professionale Einaudi con nove incontri diversi. Prima abbiamo diviso le classi in studenti e studentesse, poi le abbiamo unite. Abbiamo cercato di metterli di fronte ai concetti di possesso, gelosia ed amore». Termini che troppo spesso, a quell’età, tendono a non avere confini precisi confondendosi pericolosamente. «Sì - conferma Mulargia - perché può accadere che le giovani donne siano attratte da un atteggiamento possessivo o geloso. Spesso viene interpretato come un atto d’amore puro e incondizionato. In realtà è esattamente il contrario: quello non è amore».

Un atto d’amore, per se stesse, può essere la denuncia. «A volte - continuano le collaboratrici Gea - si affronta la questione con una certa superficialità. Come se la denuncia fosse un atto facile per una donna. Quasi un passaggio amministrativo. In realtà è una scelta delicata che in primo luogo va fatta per rispettarsi e per far capire all’uomo violento che il suo atteggiamento ha creato dolore. Poi si tratta di un reato compiuto da chi dovrebbe amarci. Non è facile avere prove certe, ma bisogna sforzarsi di raccoglierle>>

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