BOLZANO. Nella sala culturale “Flavia e Remigio Finetto” a Don Bosco, è tutto un viavai di persone. Maurizio si avvicina a Walter e gli guarda le scarpe: «Abbiamo finito le ciabatte (per la corrente, ndr), pensavo che mi potevi aiutare, magari mi presti una delle tue?» Walter risponde senza esitazione: «Oggi sono uscito con le scarpe altrimenti te le prestavo». A parte gli scherzi qui si fatica davvero per finire i preparativi: il 4 dicembre, il giorno dell’inaugurazione della più tradizionale delle mostre di presepi delle festività bolzanine, quella del Don Bosco, è ormai vicino.

Qui chiunque si dà da fare come può, c’è da attaccare il cielo stellato, pinzare la carta per vestire i tavoli espositivi, completare l’allestimento dell’impianto luci. Maurizio Conte, è uno dei volontari che si danno da fare come pure Mansueto Ampezzan, pantaloni a scacchi e baffi da perfetto mastro Geppetto, che quest’anno non espone perché ha già esposto l’anno scorso, tuttavia una delle sue opere quest’anno va in provincia di Trento: «È così che funziona - spiega Walter Hörwater presidente dell’associazione “culturale Don Bosco”, che da dodici anni organizza qui una delle mostre più grandi della città - nel corso degli anni si è venuta a creare una rete persone che collaborano e si scambiano le opere, questo per evitare che un presepe venga mostrato due volte di seguito nello stesso ambito, è un piccolo accorgimento per mantenere sempre fresca e viva la nostra manifestazione che viene visitata ogni anno da circa 3500 persone dall’inizio di dicembre fino alla tradizionale chiusura del 6 gennaio». Una quantità ragguardevole di visitatori, che considerano oramai l’appuntamento al Don Bosco uno di quegli eventi da non mancare, un po’ come il cinepanettone, ma molto meglio.

Tra le graffettatrici e le colle a caldo c’è Rita Delladio che sta finendo di attaccare i rami degli alberi del suo scenario, una grotta dentro delle mura fortificate: «Ho cominciato per scherzo ed è il sesto anno che collaboro con la mostra. Quest’anno ho voluto fare un paesaggio orientale. La mia tecnica è quella di raccogliere spunti da libri e figure, ma poi devo dimenticarmene. Ogni anno mi scontro con mio marito, che è falegname, lui va sempre col metro in mano e dice che non sono precisa ma per me è proprio questo l’ingrediente fondamentale, serve imperfezione perché il presepe è un paesaggio mentale».

Tanti i scenari e tanto diversi tra loro. C’è l’opera dei ragazzi con disagio psichico del laboratorio protetto dei servizi sociali di Bolzano, che occupa un posto d’onore nella sala. Ci sono le opere d’arte di alcuni maestri presepisti locali, ma soprattutto le opere di tanti amatori che fanno questo per pura passione, ma non senza una loro precisa scelta artistica. Tra questi c’è Antonio Brigo novant’anni a breve che ha realizzato più di ottanta pezzi, alcuni piccolissimi dentro una conchiglia o una noce:« La mia idea è che il presepe debba essere rappresentato in ogni forma del creato». E così, un fungo, l’aria, l’acqua, la luce, anche la luce artificiale, diventano scenari plausibili, una delle opere di cui va maggiormente fiero è un presepe realizzato dentro una lampadina funzionante. Ma da dove viene questa passione? «Il primo presepe che mi ricordo era nella chiesa del mio paese, ed era una natività semplicissima, non c’erano le luci, al massimo qualche candela, ma che emozione». Paolo Recla è un nuovo acquisto, lui ha realizzato una capanna rivestendola di graniglia di porfido trovato in una ex cava vicino alla Val Sarentino. C’è poi Ruggero Crivellaro, che della mostra è un po’ il curatore, tanti degli espositori li ha conosciuti personalmente nel corso degli anni in giro per fiere e mostre. La sua opera è costituita di sole figure di carta, una tecnica quella del modellismo di carta che va fortissimo in nord Europa: «Le mostre più belle, sono state quando era ancora tra noi il nostro amico Emo Magosso, che è mancato lo scorso dicembre, questa mostra è dedicata a lui».

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