BOLZANO. La cosa più importante, quella che Kompatscher e Rossi aspettavano in religioso silenzio, occhi bassi e mani giunte, l'ha detta Claudio De Vincenti. Il più sottosegretario di tutti. Quello che sta alla destra di Renzi, che sente quello che sente il premier e pensa pure come lui: «Qui l'autonomia non è affatto provvisoria. E non solo perché amministrate bene. Ma perché avete una storia e anche per questo resterete sempre un po' più speciali delle altre». Ecco quello che intendevano Arno e Ugo quando parlavano, giusto un paio di giorni fa, di "rapporto fiduciario" con Renzi. Lo dicevano loro. Adesso che lo dice il sottosegretario alla presidenza del consiglio cambia poco sul fronte del benessere sostanziale del rapporto ma è sempre bene sentirsele (riba)dire certe cose. In sostanza: una conferma aiuta sempre. Soprattutto in un momento in cui si discute di Senato delle regioni, di riforma del titolo quinto della Costituzione e si assiste all'assalto a quello che resta di un futuro federale. E questo è uscito da un dibattito voluto dall'"Alto Adige" per i suoi 70 anni. Non un dibattito come tanti. Ma un luogo dove si potevano fare domande ("L'autonomia è provvisoria? " il titolo) ma anche, finalmente, avere delle risposte. E queste sono arrivate. Perché il tavolo (moderato dal nostro caporedattore Paolo Mantovan) ha tenuto insieme chi l'autonomia l’amministra (i due presidenti di Bolzano e Trento), chi la governa dall'alto (Claudio De Vincenti), chi la critica dal basso (il governatore della Toscana, Enrico Rossi) e chi tenta di accompagnarne gli sviluppi istituzionali (il senatore Francesco Palermo). C'erano tutti quelli che ci dovevano essere. Il che è importante. Perché anche sentire quello che pensano di noi delle persone serie come il governatore della Toscana (Pd non strettamente renziano) fa capire in che direzione servirebbe muoversi. «Non dovete mettervi solo in difesa di quello che avete ottenuto - ha detto in sintesi Enrico Rossi- ma accettare di discutere assieme alle regioni ordinarie il futuro delle possibili autonomie nel loro complesso. Confrontarvi sui costi standard, sulle ripartizioni, sui livelli di assistenza sanitaria».

L'invito era un invito a sporcarsi le mani. A ribattere e rilanciare. A non stare solo in difesa. Al che Kompatscher ha pescato dal suo repertorio di immagini una metafora calcistica: «Noi non vogliamo fare i difensori. Men che meno i portieri. Ci siamo piazzati a centrocampo. E magari, in futuro, possiamo fare anche i numeri 10. I registi».

Intendeva: mostrare alle ordinarie come si conquistano livelli di autonomia crescenti. E intanto regalava a Enrico Rossi il libro della Melandri sulle tante diversità sudtirolesi. «Perché qui abbiamo lavorato - ha aggiunto il Rossi trentino- e basta vedere la quantità di competenze presenti nei primi incontri statutari e quelle che abbiamo ottenuto fin qui. Non è stato facile, è questo che voglio dire. E le mani ce la siamo sempre sporcate. Accettando tavoli di confronto a tutti i livelli». Come quello, di Milano, che ha portato le due province autonome a partecipare con centinaia di milioni ai risparmi dello Stato: «Quasi il 30% del nostro bilancio - ha chiarito il governatore trentino. Perché il problema, adesso, non deve essere più far scendere il livello qualitativo delle speciali ma far salire fin che è possibile quello delle ordinarie. Giochiamo al rialzo, non al ribasso». Francesco Palermo, a sua volta, ha mostrato come tutto questo non è e non sarà facile: «In parlamento a sentire quello che dicono e pensano molti fuori dalla nostra regione, si ha l'impressione di un dibattito che corra in parallelo senza incontrarsi mai». Su questo servirà lavorare. Ma anche, ha puntualizzato il senatore, «sulla capacità delle speciali di fare i compiti a casa. Di non avventurarsi in richieste troppo al rialzo e spesso assurde». Che ledono anche l'uniformità del codice civile, ad esempio. Poi, Rossi e Kompatscher hanno toccato il punto: «Parliamo pure di federalismo, ma non dimentichiamo mai che autonomia significa soprattutto responsabilità». Assumersi degli oneri, non solo onori. Perché diverso, soprattutto l'Alto Adige, lo è in natura. «Ho letto il viaggio in Italia di Goethe - ha raccontato De Vincenti - e mi ha incuriosito come il cambiamento, Goethe lo avvertisse subito, passato il Brennero. Io invece, salendo da Roma, il cambiamento lo percepisco avvicinandomi all'Alto Adige. Vuol dire che, salendo da nord o da sud si hanno sensazioni contrapposte. Ma anche che siete diversi da tutti. Un ponte tra culture. E questo non si cambia con le leggi».