BOLZANO. Tra chi ci pensa e non lo dice, chi lo farebbe ma teme che sia troppo presto, chi aspetta la chiamata ma nessuno se lo è mai filato, c'è lui, Renzo Caramaschi.

A cui questa primavera è stato già chiesto di farlo ma ha detto no (dagli ecosociali “contra” Spagnolli, quando tirava aria di primarie di coalizione) e che adesso dice chiaro e tondo di essere pronto. Finalmente.

«Eccomi, disponibile a fare il sindaco. Lo farei per un mandato, cinque anni e poi via. Nessuna ambizione provinciale successiva. Lavoro e poi addio, torno a casa».

Come Cincinnato. Quando la patria chiama... Perché per Caramaschi , direttore generale del Comune per dieci anni, city manager, organizzatore di grandi eventi culturali, scrittore (l'ultimo suo libro è "Di gelo e di sangue"), e attualmente membro del consiglio d’amministrazione dell’Ipes, la patria è Bolzano.

E i patrioti con cui farebbe l'impresa sarebbero quelli del Pd ma allargati anche ai centristi e "al quel bravo ragazzo di Gennaccaro". E poi gli ecosociali naturalmente.

Un centro-centrosinistra-sinistra...

È dove mi sento a casa. Da sinistra al centro. Gli ecosociali non sono il babau. E i centristi sono un'area che può rafforzare la coalizione".

Ma perché adesso?

Perché vedo tanti che complicano le cose e invece la città ha bisogno di cose semplici. A volte mi sembra di impazzire...

Come mai?

Abbiamo buttato via mesi a dire Benko no Benko sì. E altrettanti a dire telecamere no o sì. Ci dividiamo sui particolari. Sul nulla. E nessuno che ragioni chiaro.

E invece?

Parto dalla cultura...

Cose semplici si è detto...

Appunto. Siamo diventati una città senza qualità. Il sindaco Ziller senza una lira si è inventato il Busoni, Pasquali la Haydn. Ma dico: perché non si capisce che creando eventi, inventandosi cose, mettendo in rete quello che abbiamo, riempiendo spazi li si toglie ai delinquenti? Se Bolzano è viva vuol dire che è in mano ai bolzanini. Se la gente sta in casa la sera la consegna a chi fa danni.

Un esempio.

I Piani. Invece di strapparsi le vesti con le ronde usiamo gli spazi di Transart (le officine Fs, ndr) per farne uno spazio permanente. Luci, gente, giovani, movimento. Tutte le sere. Non solo concerti ma anche incontri, giochi per anziani e bambini, convegni, anche sante messe. Se c'è luce e cultura non c'è delinquenza, eccola la sicurezza.

Ma la città è grande.

Allora partiamo da Trento.

In che senso?

Che Trento è adesso smart city e noi no. Una volta eravamo all'avanguardia nelle connessioni, nell'innovazione e i collegamenti.

E adesso?

Ora no. Ecco la crisi. Il contesto sociale si migliora con la qualità della vita, l'impoverimento si combatte con le idee.

Fuori il programma.

Luci ovunque, invenzione di eventi e socializzazione nei quartieri. E poi collegamenti...

Anche l'aeroporto?

Lo dico subito: sì all'aeroporto. Se spendiamo per la Lub e il Museion allora dobbiamo fare arrivare i cervelli veloci. Ma anche fibra ottica. E poi più sicurezza.

Con le telecamere?

Servono a poco. Con la cultura. La violenza è sempre frutto dell'ignoranza. E se io faccio uscire la gente di casa i delinquenti non si fanno vedere.

Lei è un anti Benko.

Io sono un anti perdita di tempo. Abbiamo sprecato tempo e voce invece di ragionare.

Lo farebbe meglio?

Eh sì. Ma dico: io sono uno che ha seguito il Piano strategico. E mi sono sempre chiesto: nella perimetrazione dell'area interessata al puc, perchè non abbiamo tolto il problema?

Cioè?

Invece di tenere dentro l'area del parco stazione potevamo inserire quella tra i due cubi di vetro di via Alto Adige. Spostarsi dall'altra. Così si salvavano capra e cavoli. Dico questo per dire che a volte la soluzione è nelle cose semplici.

Cosa serve a un sindaco?

Lavorare. Ho amministrato per decenni, conosco la macchina e vi assicuro che non esiste la "stanza dei bottoni". Non c'è la formula magica. I bottoni bisogna costruirli giorno per giorno. Stare lì ore e ore. Essere chiari e trasparenti.

La chiameranno i suoi amici?

Io aspetto. Sono qui, a casa.

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