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di Mauro Fattor
BOLZANO. Avrebbe compiuto 10 anni il 15 giugno: non ci è mai arrivato. Saltato in aria tre giorni prima. Era il 12 giugno del 1945. Ma a morire quel giorno furono anche altri. Una storia dimenticata. A riportare in vita fatti, nomi e volti di quel tragico giorno del 1945, è oggi Alberto Baldessarini, 75 anni, di Bolzano. La sua è una memoria dolorosa. Lui era lì quel giorno, quando tre bambini del quartiere Don Bosco morirono dilaniati da un’esplosione vicino ad un bunker della Zona Industriale.
Giocavano con i proiettili della contraerea tedesca, la Flak, abbandonati dai nazisti in fuga e accatastati a centinaia proprio a ridosso del bunker. Non sono più tornati a casa. Si chiamavano Guglielmo Bulfon, 7 anni; Umberto Dotta, 13 anni; Luigi Bassan, che di anni ne aveva 9, o meglio 10. Meno tre giorni. Ricoverato in ospedale pieno di schegge, il giorno dopo muore anche Arrigo Mosca, 13 anni.
A salvarsi sono solo in due: Ettore Prearo, che all’epoca aveva 9 anni e Baldessarini. Prearo viene ricoverato in ospedale, ferito gravemente ma se la cava; Alberto Baldessarini è addirittura illeso. Completamente illeso. «Quello che ricordo - racconta - è un boato. Improvviso. Violento. Mi sono ritrovato sbalzato a terra in una nuvola di fumo e di terra, in un silenzio irreale. Ad un certo punto punto ho sentito la voce di Ettore. Mi chiamava, chiedeva aiuto. Era pieno di sangue, sotto shock. L’ho aiutato ad alzarsi e l’ho sorretto. Ci siamo diretti verso la strada e l’ho lasciato solo quando ho sentito le sirene delle ambulanze avvicinarsi. Ciao, devo correre a casa, gli ho detto. Mi sono lavato in una roggia vicino a Ponte Roma e quando sono arrivato in cortile, alle «villette» in via Torino, tutti sapevano già tutto. Una tragedia. Bulfon era il mio dirimpettaio, abitavamo sullo stesso pianerottolo. E anche gli altri, ci conoscevamo tutti. Bambini, si sa».
Alberto Baldessarini ha chiuso per decenni dentro di sè questa memoria difficile e dolorosa. Una porta che non ha più voluto o saputo riaprire. «Lo scorso settembre poi sono arrivato quasi per caso nella nuova zona di espansione di via Einstein - racconta - ero assieme ad un amico. Ci avevano detto che lì intorno avremmo potuto trovare dei tralci di uva fraga. Quando mi sono ritrovato lì, vicino al bunker, per un attimo mi si è fermato il cuore. Ho rivisto tutta la scena, il fumo, quel silenzio assurdo». Che cosa chiede oggi Baldessarini? Una cosa molto semplice: che quei bambini vengano ricordati. «Penso ad una targa, ad un cippo, qualcosa del genere - spiega - Se vengono ricordati i caduti di guerra, i soldati dei gesti eroici, perchè non ricordare anche queste piccole vittime? È una pezzo della storia di Bolzano, come lo è il bunker, del resto. Sarebbe bello che quel luogo fosse recuperato e restituito alla memoria della città. Ecco una targa lì fuori sarebbe perfetta. Dedicato a Umberto, Guglielmo, Arrigo, Luigi».
Baldessarini non è solo in questa richiesta. Da settembre ad oggi si è dato da fare e ha scoperto che fratelli, sorelle, zii dei quattro bambini dilaniati dall’espolsione vivono ancora a Bolzano. «Abitano praticamente tutti a Don Bosco - spiega con un sorriso - come allora. Li ho rintracciati, abbiamo parlato, mi hanno dato le vecchie foto che avevano, mi hanno raccontato quello che sapevano. Erano tutti entusiasti dell’idea: sarebbero felici di una targa, qualcosa che impedisca alle persone di dimenticare. In fondo, niente come quei bambini saltati in aria può raccontare oggi l’orrore di una guerra».
BOLZANO. Avrebbe compiuto 10 anni il 15 giugno: non ci è mai arrivato. Saltato in aria tre giorni prima. Era il 12 giugno del 1945. Ma a morire quel giorno furono anche altri. Una storia dimenticata. A riportare in vita fatti, nomi e volti di quel tragico giorno del 1945, è oggi Alberto Baldessarini, 75 anni, di Bolzano. La sua è una memoria dolorosa. Lui era lì quel giorno, quando tre bambini del quartiere Don Bosco morirono dilaniati da un’esplosione vicino ad un bunker della Zona Industriale.
Giocavano con i proiettili della contraerea tedesca, la Flak, abbandonati dai nazisti in fuga e accatastati a centinaia proprio a ridosso del bunker. Non sono più tornati a casa. Si chiamavano Guglielmo Bulfon, 7 anni; Umberto Dotta, 13 anni; Luigi Bassan, che di anni ne aveva 9, o meglio 10. Meno tre giorni. Ricoverato in ospedale pieno di schegge, il giorno dopo muore anche Arrigo Mosca, 13 anni.
A salvarsi sono solo in due: Ettore Prearo, che all’epoca aveva 9 anni e Baldessarini. Prearo viene ricoverato in ospedale, ferito gravemente ma se la cava; Alberto Baldessarini è addirittura illeso. Completamente illeso. «Quello che ricordo - racconta - è un boato. Improvviso. Violento. Mi sono ritrovato sbalzato a terra in una nuvola di fumo e di terra, in un silenzio irreale. Ad un certo punto punto ho sentito la voce di Ettore. Mi chiamava, chiedeva aiuto. Era pieno di sangue, sotto shock. L’ho aiutato ad alzarsi e l’ho sorretto. Ci siamo diretti verso la strada e l’ho lasciato solo quando ho sentito le sirene delle ambulanze avvicinarsi. Ciao, devo correre a casa, gli ho detto. Mi sono lavato in una roggia vicino a Ponte Roma e quando sono arrivato in cortile, alle «villette» in via Torino, tutti sapevano già tutto. Una tragedia. Bulfon era il mio dirimpettaio, abitavamo sullo stesso pianerottolo. E anche gli altri, ci conoscevamo tutti. Bambini, si sa».
Alberto Baldessarini ha chiuso per decenni dentro di sè questa memoria difficile e dolorosa. Una porta che non ha più voluto o saputo riaprire. «Lo scorso settembre poi sono arrivato quasi per caso nella nuova zona di espansione di via Einstein - racconta - ero assieme ad un amico. Ci avevano detto che lì intorno avremmo potuto trovare dei tralci di uva fraga. Quando mi sono ritrovato lì, vicino al bunker, per un attimo mi si è fermato il cuore. Ho rivisto tutta la scena, il fumo, quel silenzio assurdo». Che cosa chiede oggi Baldessarini? Una cosa molto semplice: che quei bambini vengano ricordati. «Penso ad una targa, ad un cippo, qualcosa del genere - spiega - Se vengono ricordati i caduti di guerra, i soldati dei gesti eroici, perchè non ricordare anche queste piccole vittime? È una pezzo della storia di Bolzano, come lo è il bunker, del resto. Sarebbe bello che quel luogo fosse recuperato e restituito alla memoria della città. Ecco una targa lì fuori sarebbe perfetta. Dedicato a Umberto, Guglielmo, Arrigo, Luigi».
Baldessarini non è solo in questa richiesta. Da settembre ad oggi si è dato da fare e ha scoperto che fratelli, sorelle, zii dei quattro bambini dilaniati dall’espolsione vivono ancora a Bolzano. «Abitano praticamente tutti a Don Bosco - spiega con un sorriso - come allora. Li ho rintracciati, abbiamo parlato, mi hanno dato le vecchie foto che avevano, mi hanno raccontato quello che sapevano. Erano tutti entusiasti dell’idea: sarebbero felici di una targa, qualcosa che impedisca alle persone di dimenticare. In fondo, niente come quei bambini saltati in aria può raccontare oggi l’orrore di una guerra».


