BOLZANO. Paolo Nicoloso, ricercatore all'Università di Trieste, è tra i principali studiosi europei dei rapporti tra architettura e fascismo. Nel dicembre 2008 - su iniziativa del nostro giornale e della Lub - venne a Bolzano per un'affollata conferenza sulla questione dei monumentalistica del Ventennio. Nicoloso fu di una chiarezza esemplare: il Monumento alla Vittoria di Bolzano non è un monumento ai caduti della Prima Guerra Mondiale e nulla conta che sia accatastato come tale. E un monumento nazionale al fascismo, è il fascismo che celebra se stesso, con tutta la sua simbologia, strumentalizzando e mistificando la memoria dei caduti della Grande Guerra.

«Da questo punto di vista - aveva detto Nicoloso - è sbagliato considerare l'Arco di Piacentini come il semplice segno di una volontà prevaricatrice nei confronti della comunità di lingua tedesca. Quel monumento è un insulto tanto alla comunità tedesca quanto a quella italiana, perchè propone una memoria selettiva e bugiarda della storia. La Prima Guerra Mondiale, cioè quello che è avvenuto cronologicamente prima, viene infatti celebrato e ricordato in funzione di quello che viene dopo, cioè il fascismo stesso, come se i morti sulle trincee fossero dei fascisti ante litteram. Una palese falsità».

L'arco realizzato da Marcello Piacentini è come un gioco di scatole cinesi, con una serie di stratificazioni simboliche inscritte in un contenitore architettonico di tipo nuovo e schiettamente fascista. Nelle intenzioni di Mussolini e di Piacentini, le colonne strutturate come fasci littori dovevano essere un nuovo ordine come in passato lo erano stato il dorico, lo ionico e il corinzio. E poi c'era il motivo dell'arco, che ricordava l'arco di trionfo degli imperatori romani; la vittoria alata, simbolo della mitologia pagana; un altare cristiano; i martiri trentini, la cripta con l'ossario.

Un concentrato di simbologia religiosa, storica e civile assolutamente funzionale al disegno del fascismo, in cui tutto confluisce e che tutto avvolge. E la tipica strategia dei totalitarismi. Sono simboli che parlano una lingua senza discorso, sono un appello che non ammette risposte differenziate, solo un sì o solo un no, presente o assente. Quei simboli cessano di parlare quando si può sfuggire all'obbligo di rispondere in modo automatico, alla logica del sì e del no. Storicizzarli accettandone la complessità, l'ambiguità e le contraddizioni significa esattamente questo.

Nicoloso ha saputo dell'accordo raggiunto a Bolzano tra Stato, Provincia e Comune per la creazione di un centro di documentazione nella cripta del Monumento. L'abbiamo intervistato. Tre anni dopo il suo arrivo a Bolzano, è andato in porto un progetto importante, forse decisivo, per la storicizzazione dell'Arco di Piacentini. L'avrebbe creduto possibile? «È difficile rispondere, tutto sommato io vedo le cose da fuori. Quello che si percepiva con grande chiarezza, e questo lo posso dire tranquillamente, era il sovraccarico simbolico o ideologico della questione. Insomma, non era un dibattito sereno, era un dibattito teso».

Come valuta il risultato raggiunto? «È una bellissima notizia, ne sono felice. Un passo importantissimo in quella che io ritengo l'unica direzione possibile. Il Monumento ora potrà raccontare se stesso e con esso tutti i fascismi, i meccanismi del consenso delle dittature di ogni latitudine». È lo stesso approccio adottato ad Auschwitz, dove il campo di sterminio è diventato lo specchio della tragedia della Germania nazista. «E così deve essere. C'è una bella differenza tra rendere semplicemente accessibile un luogo e invece spiegarlo facendosi carico di tutto il suo valore storico e simbolico. So che a Bolzano c'era chi spingeva molto per ottenere solo l'eliminazione della cancellata. Sarebbe stato sbagliato farlo senza assumersi contestualmente l'onere di spiegare cos'è effettivamente quel monumento. Questo sì, avrebbe alimentato all'infinito la polemica etnica».

Questo approccio dovrebbe valere anche per le altre testimonianze della monumentalistica fascista a Bolzano? «Credo che per Bolzano questo possa essere un passaggio decisivo. La risposta alla domanda ovviamente è sì. La storia non si cancella oscurando i monumenti. Del resto noi possiamo solo scegliere tra conoscenza ed oblio. Io sono dell'idea che la democrazia si fondi sulla consapevolezza e sulla conoscenza. Sono queste che poi portano come frutti tolleranza e convivenza. L'oblio è una forma di immaturità democratica e di debolezza civile».

Vincenzo Calì sostiene che prima di restituire l'Arco di Piacentini alla fruizione pubblica bisognava eliminarne le contraddizioni spogliandolo, sostanzialmente, della sua valenza ideologico-etnica e restituendolo alla sua purezza razionalista. Cosa ne pensa? «Sono in totale disaccordo. È vero esattamente il contrario. Depotenziare il Monumento significherebbe denunciare la propria impotenza. Senza contare che l'incapacità di elaborare il passato in chiave storica, con tutte le sue simbologie, le sue contraddizioni e i suoi errori, danneggerebbe in primo luogo i sudtirolesi di lingua italiana che rimarrebbero inchiodati allo stereotipo - che a tratti ancora riemerge nel dibattito politico altoatesino - italiano uguale fascista. Per fortuna non è andata così».