PHOTO
BOLZANO. Il lavoro atipico sta diventando tipico. Nel bene e nel male, secondo i punti di vista. Certamente male per i tanti che ieri hanno affollato piazza Matteotti dicendo che il “Jobs Act”è solo una mina sistemata accuratamente sul fianco delle tutele dei lavoratori. Senza distinzione d'età. Lavoratori della Zona presenti, mentre invece tra i “provinciali” l’adesione è stata bassissima, appena il 2,7%, appena 330 lavoratori su oltre 12 mila.
Cgil, Uil, Agb, Asgb e Sgk hanno coinvolto comunquecirca 400 persone nel cuore pulsante della Bolzano popolare: la piazza è piccola, d'accordo, ma era gremita come non accadeva da un po' per un'iniziativa simile.
Tra il vin brulè e un palco con la musica dei Pitura Freska si assiepa gente che si alza la mattina presto per svolgere le più disparate mansioni. Ci sono gli operai delle Acciaierie e Aluminium (80% l’adesione nei due stabilimenti), ex Memc e Iveco, ma anche gli insegnanti, i lavoratori pubblici delle poste, i dipendenti delle banche e i ferrovieri sollevati all'ultimo dalla precettazione. Alcuni giornalisti ci sono perchè raccontare la protesta è più utile che non farlo. Non manca nemmeno il piccolo popolo delle partite Iva e dei lavoratori autonomi. Per scelta o costrizione di un mondo del lavoro dalle maglie sempre più strette. Pochi, effettivamente, i giovani o gli studenti, anche se molti dei pesanti interrogativi riguardano proprio il loro futuro. Ci pensano i pensionati, in ogni caso, a citarli nelle loro riflessioni su un futuro nebuloso e incerto.
I temi della protesta sono quelli noti, rimbalzati dai vari segretari sindacali che si alternano sul palco chiamati da un Agostino Accarrino a suo agio tra la figura di sindacalista e showman abituato al microfono. «Le tutele cadenti, gli 80 euro di bonus fiscale anche per i pensionati, la riapertura della contrattazione dei dipendenti pubblici, i giovani senza articolo 18 e un metodo di governo totalmente privo di confronto» l’elenco stilato da Toni Serafini della Uil che unisce in un unico cesto tutte le preoccupazioni. «Le riforme vanno valutate qualitativamente e non quantitativamente - gli fa eco il collega Cgil Alfred Ebner - e non possiamo essere contenti di quanto sta avvenendo sul piano nazionale. È tollerabile un Paese dove c’è bisogno di una raccomandazione anche per fare il facchino della stazione?».
A proposito di stazione spuntano con particolare orgoglio alcuni lavoratori di Trenitalia che hanno ricevuto disco verde allo sciopero solo ieri sera. «La precettazione sarebbe stata un insulto al diritto di protestare - riflette uno di loro - perchè farlo senza arrecare un disagio significa semplicemente depotenziare uno strumento fondamentale».
Le percentuali delle adesioni delineano un quadro netto: detto di Aluminium e Acciaierie, la grande distribuzione segna il 60%, le cooperative di pulizia delle strutture sanitarie arrivano al 65% mentre turismo e mense si fermano a un buon 40%.
Disagi, comunque, si sono registrati in stazione con la soppressione di alcuni treni, lunghe code presso alcuni servizi sanitari e uffici postali in larga parte chiusi. Un’altoatesina, invece, racconta di essersi goduta la possibilità di viaggiare gratuitamente sfruttando i caselli aperti. Le scuole hanno registrato adesioni variabili, qualche lezione è inevitabilmente saltata.
Dopo gli interventi istituzionali sul palco si alternano storie di operai licenziati, dipendenti pubblici preoccupati e giovani con contratti a ore che garantiscono praticamente nulla al di fuori di un sostentamento minimo. Presenti anche diversi esponenti politici della città, ma è un ragazzo a porre la domanda principe che ronza nell’aria senza che nessuno la prenda di petto: «Basterà davvero uno sciopero a cambiare le cose?».
©RIPRODUZIONE RISERVATA


