Bolzano. La vita l’ha passata portandosi addosso un nome pesante. Il chiamarsi Renato Curcio e l’essere nato solo tre anni dopo il più famoso omonimo co-fondatore delle Brigate Rosse, non potevano non forgiarne la pazienza. Un’esistenza costellata di controlli, di lunghe attese ai posti di blocco, di montagne di domande e anche di qualche arma puntata contro. Sempre la stessa la risposta: «Non sono quel Renato Curcio! Non vedete che lui è più vecchio e anche più brutto di me?!»

Renato racconta qualche aneddoto, seduto sulla sua sedia a rotelle, nel piccolo appartamento Ipes in cui vive, all’angolo tra via Bari e via Parma Racconta e riesce a sorridere. Sorride nonostante la vita, negli ultimi anni, abbia messo a dura prova la sua pazienza e la sua tempra. E nonostante la burocrazia degli uomini che non sta facendo nulla per aiutarlo. Nato a Merano nel marzo del 1944, Renato ha lavorato alle acciaierie e in ferrovia, si è sposato una prima volta e ha dovuto anche sopportare lo strazio di perdere sua moglie. Si è anche sposato una seconda volta, con una donna straniera, con cui i rapporti si sono ben presto incrinati e che lo ha lasciato nelle scorse settimane.

Il calvario

Nel 2017, le sue condizioni di salute precipitano all’improvviso. «A causa del diabete – racconta – i medici sono stati costretti ad amputarmi la gamba destra». La vita stravolta, il trauma psicologico, la convalescenza, l’invalidità e l’essere costretto a dipendere dagli altri e di essere costantemente assistito. Renato va avanti e cerca con tutte le forze di riconquistarsi una vita normale. Ci riesce, almeno fino allo scorso ottobre. «Sono stato ricoverato per un problema all’occhio sinistro – prosegue – e, durante il ricovero, oltre ad essere costretti ad asportarmi l’occhio (anche l’altro è messo malissimo, ndr), i sanitari si sono anche accorti che il diabete aveva aggravato pure la situazione della gamba destra. Tanto da deciderne l’amputazione. Un dramma nel dramma che si svolge poco prima che l’emergenza mondiale per il Covid-19 fermi tutto. La vita di Renato, già difficile, è completamente stravolta. Aiutato dalla badante che lo accudisce dalla primavera del 2019, Renato presenta domanda per cambiare il livello dell’assegno di cura. È invalido al cento per cento e necessità di un’assistenza più costante. «Godevo di un’assistenza di secondo livello, con un assegno di circa 900 euro – spiega Renato – e ho chiesto che fosse portata al terzo».

La doccia fredda

La risposta delle Politiche Sociali della Provincia è datata 17 marzo e, quindi, arriva a casa di Renato in piena emergenza. Ed è una doccia fredda. «Il fabbisogno assistenziale riconosciuto – si legge nel documento – è pari a 93 ore e 44 minuti al mese corrisponde al 1° livello assistenziale per un importo di 546 euro». Renato è incredulo. Le spese sono tante, tantissime e quei 546 euro, aggiunti alla sua pensione di circa 900 euro, non sono sufficienti. La prima spesa è quella per pagare Graziella, la badante con cui va molto d’accordo e che deve scende da Tires per assisterlo. Ora Renato può contare solo su di lei perché la moglie è andata via. Poi ci sono le medicine, l’affitto del letto speciale per lui e l’affitto dell’alloggio Ipes. I soldi finiscono in fretta tanto che, anziché pagare gli arretrati a Graziella, ormai figura indispensabile, Renato è stato costretto a farsi prestare del denaro proprio da lei. Che dovrà comunque ridurre a soli tre giorni alla settima la sua presenza a casa di Renato. «Ci hanno detto che ora non ha più bisogno dell’assistenza di una persona che lo aiuti a vestirsi – afferma la donna – perché non deve più nemmeno infilarsi i pantaloni». Curcio ha subito presentato ricorso e attende che la commissione, che dovrebbe riunirsi nei prossimi giorni, gli dia una risposta. Ma l’amarezza è grande. Grande quanto le difficoltà che sta affrontando in queste settimane.