BOLZANO. «L’emergenza mediatica è finita, ma quella sanitaria continua: in Bielorussia la percentuale di chi è colpito da tumore è tuttora infinitamente più alta che nel resto del mondo. Per questo è importante continuare ad accogliere bambini costretti a vivere in zone contaminate dalle radiazioni. Rispetto ad altre associazioni, sorte nel corso degli anni in giro per l’Italia, noi siamo in controtendenza: riusciamo ad ospitare un centinaio di bambini all’anno contro i 70 dell’inizio. Ma è sempre più difficile trovare famiglie disposte ad accoglierli. Il motivo? È venuta meno l’attenzione mediatica su questo evento e a ciò si aggiunge forse la crisi economica, visto che le famiglie ospitanti devono accollarsi spese di viaggio oltre a vitto e alloggio». Sara Endrizzi, presidente dell’associazione Chernobyl Alto Adige con sede a Laives, spiega così la giornata di iniziative, organizzata per sabato 7 maggio a Bolzano: l’obiettivo è evitare che il tempo e le tragedie umanitarie che si susseguono a ritmo impressionante in giro per il mondo facciano finire nel dimenticatoio il disastro della centrale nucleare di Chernobyl - l’incidente avvenne alle 1.23 del 26 aprile 1986, ma esattamente 30 anni fa, il 29 aprile 1986, la notizia dell’incidente a Chernobyl divenne mondiale. Le conseguenze di quell’esplosione si sentono ancora oggi. Oltre alla necessità di sensibilizzare la popolazione, c’è l’esigenza di raccogliere fondi per aiutare le famiglie ospitanti a sostenere le spese di viaggio dei bambini bielorussi (circa 500 euro).

Solo pochi giorni fa intanto è arrivato un gruppo di 19 bambini che rimarranno fino al 2 giugno e sono ospitati in famiglie di Bolzano, Laives, Brunico, Renon. Un secondo gruppo è atteso in estate (luglio-agosto); un terzo a Natale (metà dicembre-metà gennaio). «Quest’anno - spiega la presidente - abbiamo introdotto, in via sperimentale, anche la possibilità di ospitare i bambini da giugno ad agosto: l’accoglienza può variare da uno a tre mesi. In questi anni ne ho ospitati quattro, in estate arriverà la quinta: è un’esperienza che consiglio a tutti. Studi fatti sui piccoli quando arrivano in Italia, a metà del soggiorno e al termine dimostrano scientificamente che si riduce sensibilmente la concentrazione di sostanze radioattive e con essa la possibilità di ammalarsi».

In base al regolamento dell’associazione, che non riceve finanziamenti pubblici, i bambini bielorussi possono essere ospitati anche da coppie di fatto e da single. Non è richiesto un reddito minimo e neppure che l’appartamento abbia certe caratteristiche: ciò che conta è che ci sia voglia di aprire la propria casa e dedicare un po’ del proprio tempo a chi ha avuto la sfortuna di nascere in un posto ancora oggi contaminato dalle radiazioni.