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MERANO. Quattro arresti, diciassette indagati e sequestrati appartamenti, gioielli e diverse migliaia di euro da vari conto correnti: questo il bilancio di una maxi-operazione della Guardia di finanza di Merano, che ha concluso una delicata inchiesta su casi di evasione contributiva e truffa nel mondo della lavorazione dello speck. In manette sono finiti quattro napoletani: Salvatore Nicolella, la moglie Emanuela Fioretti, lo zio Patrizio Loffredo (commercialista) e Pino Esposito. Devono rispondere tra l’altro di estorsione, associazione a delinquere e truffa ai danni dell’Inps. Complessivamente, avrebbero costretto oltre 80 operai a lavorare senza un contratto regolare. Le indagini, coordinate dalla Procura di Bolzano e svolte con la collaborazione di funzionari dell’Inps e dell’Inail, hanno portato alla luce un’organizzazione campana che operava nel settore della fornitura di manodopera alle tre aziende specializzate nella lavorazione delle carni e produzione di speck e cioè la «Moser Speck”, la “Merano Speck” e la “Pfitscher Srl”. Tra gli indagati ci sono anche i rispettivi legali rappresentanti delle società altoatesine. Si tratta di Andreas Moser, Lukas Pfitscher e Franz Staffler. A quest’ultimo sono stati sequestrati 160 mila euro dal conto corrente. Moser, invece, pagherà tra i 200 e i 300 mila euro di oblazione. Non solo: ha assunto 12 operai sfruttati.
Il meccanismo di frode era piuttosto articolato: le ditte napoletane coinvolte nell’inchiesta, sfruttando il periodo di crisi, reclutavano macellai e operai in provincia di Napoli, oppure cittadini extracomunitari, per farli lavorare presso le tre ditte altoatesine (87 lavoratori presso la Moser Speck, 15 lavoratori presso la Merano Speck e 8 lavoratori presso la Pfitscher Srl). I rapporti di lavoro venivano formalizzati attraverso fittizi contratti di appalto, violando in tal modo la normativa sul lavoro. Così facendo, le ditte altoatesine potevano disporre di operai “a chiamata”, fronteggiando al meglio cali o aumenti di produzione legati alle richieste del mercato, con un ingente risparmio anche relativamente ai costi di gestione degli operai stessi (contabilità, buste paga e altro). Le prestazioni degli operai venivano fatturate alle ditte locali, che potevano così abbattere i ricavi e dichiarare redditi inferiori sui quali pagare le imposte. Dall’altra parte, le fatture emesse creavano un’ingente debito di Iva in capo alle ditte riconducibili al sodalizio napoletano, che veniva compensato e spesso annullato da fatture per operazioni inesistenti, nella circostanza pari a circa 5 milioni di euro, emesse materialmente dallo stessa associazione a delinquere attraverso l’utilizzo di prestanomi, di solito nullatenenti, e a volte di ignari cittadini, che non presentavano la dichiarazione dei redditi. I lavoratori dipendenti da queste ditte, dietro minaccia di licenziamento, erano costretti a pagarsi i contributi, anche per la quota relativa al datore di lavoro, senza vedersi riconosciute indennità di malattia, ferie, tredicesima, quattordicesima, maternità, e gli trattenevano gli assegni familiari. Il pm Axel Bisignano ha disposto il sequestro di beni patrimoniali e conti correnti per un importo pari a circa un milione di euro. «Il mio cliente Andreas Moser - spiega l’avvocato Alberto Valenti - non era al corrente di quello che stava succedendo. Appena ha capito ha chiuso con la cooperativa in questione. Moser si è però reso conto di aver agito incautamente e che avrebbe dovuto fare ulteriori controlli. Per questo vuole chiudere la pendenza penale e pagherà tra i 200 e i 300 mila euro».


