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BOLZANO. «Se vogliamo mantenere l'attuale standard dei servizi in Provincia, che ci pone ai vertici in Europa, non possiamo tagliare il personale o ridurre l'orario di lavoro. I risparmi sono possibili ma solo nell’ordine dell'1-2%. Chi vuole tagliare deve dirmi a cosa è disposto a rinunciare»: Hanspeter Staffler, 49enne venostano che ora vive ad Andriano, è il direttore generale della Provincia ed ha iniziato a mettere mano alla macchina amministrativa altoatesina da poco più di un anno. Il rinnovo del contratto è la patata bollente del 2016 (ieri c’è stato un incontro con i sindacati) e a disposizione ci sono solo 15 milioni, più qualche briciola nel bilancio di assestamento a maggio. Poco per convincere una controparte che ha chiesto 60 milioni.
La strada maestra è quella che porterà a chiudere gli uffici il venerdì pomeriggio, come avviene già a Trento?
«Questa è una via interessante, a patto che venga barattata con il giovedì lungo. Gli uffici potrebbero restare aperti anche durante la pausa pranzo. Gli utenti devono avere qualcosa in cambio. Ma non so cosa ne pensi la politica. Io sarei a favore».
I sindacati spingono per ridurre l'orario da 38 a 36 ore. È un'opzione interessante?
«No, vorrebbe dire rinunciare a 250 posti di lavoro. E la Provincia sta acquisendo competenze. Non le sta tagliando».
Facciamo un passo indietro. La direzione generale che lei guida da quante persone è composta?
«Ho 350 collaboratori in senso stretto. Quando mi sono insediato ho dovuto cercarmi i locali, arredarli e reclutare il personale. Siamo partiti da zero».
Quanti sono i provinciali che ricadono sotto la sua competenza?
«Dell'amministrazione in senso stretto fanno parte 4.800 persone (pari a 4 mila posti se consideriamo i part-time) ma se aggiungiamo la formazione e la scuola arriviamo a 20 mila circa».
Quanto costa il personale provinciale?
«Nell'ultimo bilancio mi pare che la spesa fosse di 1,066 miliardi di euro».
Quante sono le ripartizioni e gli uffici e quanti diventeranno dopo gli accorpamenti?
«Abbiamo 32 ripartizioni e 200 uffici ma entro il 2018 diventeranno 25 ripartizioni e 160 uffici. Durante la mia carriera sono sempre stato un operativo - dalle foreste ai bacini montani fino alla protezione civile - e penso di essere stato scelto proprio per le mie capacità di migliorare in modo permanente l'organizzazione di una struttura».
Oggi lei però è alla guida di una macchina molto più pesante...
«Certo, ma dobbiamo intervenire a vari livelli. Tra i costi veri dell'autonomia c'è anche il bilinguismo. A Trento non devono fare atti in due o tre lingue...».
Qual è la sua strategia?
«Dobbiamo partire dall'efficacia delle varie misure e non dall'efficienza. Siamo in linea con gli standard europei. Penso all'Alto Adige Pass o alla linea della Venosta, senza dimenticare la protezione civile. Molti ci invidiamo e vengono qui per cercare di copiarci».
Nell'ultimo bilancio, però, ci sono stati 100 assunti in un periodo in cui si dice che bisogna tagliare..
«Sono tutti giustificati. Solo per la stabilizzazione del personale della ripartizione Europa, che prima era fuori organico, sono serviti 40 posti. Poi ci sono le nuove funzioni delegate come lo Stelvio, il personale della Bls, della Fondazione Vital e una parte riservata ai disabili».
E arriviamo a cento?
«Ci sono, forse, otto-dieci posti per rinforzare finanze, personale e l'organizzazione che deve gestire le nuove competenze».
I 70 posti da tagliare (per legge) nel periodo 2011-2016 ci sono ancora?
«Cinquanta li abbiamo già cancellati dalla pianta organica. Per gli altri venti ritengo ci sia margine per intervenire quest'anno. Ce la faremo».
Non trova che l'età media dei dipendenti provinciali sia troppo alta?
«Si, lo è un po'. Attualmente ci attestiamo attorno ai 46 anni e dobbiamo favorire un ricambio generazionale».
Piace ancora il posto fisso?
«Non so se abbia ancora lo stesso appeal di una volta. Di sicuro se pensiamo alle donne, rispetto al privato, ci sono vantaggi innegabili. Penso alla maternità, ai congedi parentali e al part-time. Un dirigente capace nel privato, forse, guadagnerebbe di più».
Quali nuovi strumenti ha introdotto per cercare di migliorare la macchina amministrativa?
«Diversi. Penso al piano della performance, che funge da strumento di pianificazione e governance triennale. Sono elencate 1500 prestazioni verso l'interno e l'esterno. Abbiamo definito i nostri obiettivi strategici e le prestazioni vanno tarate in base ad essi. Cerchiamo di capire se il personale e il budget per un determinato servizio siano adeguati o meno».
Tra i progetti di riorganizzazione interna qualcuno è già andato a buon fine?
«Si, penso all'unificazione delle ripartizioni 26 (protezione civile e antincendi) e 30 (opere idrauliche) che hanno portato all'Agenzia per la protezione civile. È in corso poi una riorganizzazione della ripartizione mobilità con una redistribuzione dei compiti».
Lei parla spesso di comunicazione strutturata. A cosa pensa?
«Agli incontri periodici con i rappresentanti del mondo economico e con le parti sociali. C'è poi la comunicazione interna che prevede anche incontri con i direttori di dipartimento (8 volte l'anno), con i direttori di ripartizione e i dirigenti. Ci siamo trovati in 250 all'Eurac anche per fare squadra».
I fannulloni ci sono anche in Alto Adige?
«No, è una mentalità che non ci appartiene. Qui c'è la cultura del lavoro e della responsabilità, anche se gestire un apparato di queste dimensioni non è facile. Qualche pecora nera c'è sempre».
Quante persone vengono licenziate mediamente in un anno?
«Siamo nell'ordine di due o tre. Cifre bassissime rispetto al totale. E tra i problemi c'è anche l'alcol».
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