BOLZANO. Franz Staffler ha una sua idea del disagio, questa entità inafferrabile e fantasmatica che non sta mai al suo posto: «Ebbene, la crisi degli italiani è la crisi della loro rappresentanza politica. Su questo non ci piove. Ma penso anche a un'altra cosa».

Prego, dica.

«Che la crisi del gruppo è la stessa di Bolzano. La città è ferma al palo da 20 anni. Ma è qui che gli italiani hanno sempre contato. E se Bolzano conta meno, anche il gruppo viene trascinato nel declino».

Staffler sta sempre in mezzo ai due mondi. Sedici anni fa ha compiuto l'ultimo, visibile, intervento di riqualificazione urbana in centro, intorno al Grifone. Ha commerciato in auto. E anche in molto altro. Italiano e tedesco per lui, come per ogni imprenditore, sono lingue e basta, non barriere. Spesso soltanto dei ponti.

Ma è vero che gli italiani sono in crisi?

«Stanno bene. Come molti qui. Ma le faccio un altro ragionamento».

E quale?

«Anche Bolzano sembra che stia bene. Anzi molto a guardare le altre città. Intendo gli altri capoluoghi intorno. A nord e a sud. Ma se invece di guardare fuori ci guardiamo dentro, a come era prima, non si può dire che non sia in declino».

Come il gruppo italiano?

«A me non piace parlare di gruppi. Piace parlare di persone. E non do importanza alla lingua. Ma visto che siamo in Alto Adige ci tocca ragionare così. E allora è evidente che il gruppo è, se non in declino, in stallo. Come Bolzano».

Vede una relazione tra le due cose?

«Strettissima».

E cioè?

«Parliamo di economia».

Dove gli italiani contano sempre meno, vedasi Assimprenditori.

«Qui ci torniamo dopo. Gli italiani sono sempre stati forti nelle professioni. Nell'economia meno. Tranne che nell'edilizia. Lì erano fortissimi, almeno a Bolzano. Ma gli italiani sono stati sempre presenti soprattutto a Bolzano che, tuttavia, è palesemente in crisi. È ferma al palo. Da 20 anni non si costruisce, non si fanno strade, non nascono vere iniziative, si va avanti solo coi contributi. In Zona ci sono imprese che hanno la testa fuori, come l'Iveco. Lo stallo di Bolzano si è tradotto nello stallo della maggioranza dei suoi abitanti».

Gli italiani.

«Appunto. Al contrario, è esplosa la periferia. Nei centri delle valli si sono moltiplicate le zone industriali e artigianali. Alcune in modo grandioso. Per chi ci lavora non conta l'etnia. Ma se poi riportiamo la questione ai rapporti tra gruppi è chiaro che la periferia vede una prevalenza del gruppo tedesco. E l'economia lì cresce».

È questione sociologica più che politica. E territoriale. Ma il risultato del combinato-disposto cos’è?

«È che rafforzandosi l'economia in zone a prevalenza sudtirolese e frenando Bolzano dove si annidano le professioni, i laureati e gli italiani, ecco il risultato».

Ma lei vedrebbe il ritorno all'alternanza etnica in Assoimprenditori tra tedeschi e italiani?

«Nelle imprese non è mai contata la lingua. Basta ascoltare Pan. Ma se questo dovesse servire a scuotere la situazione, come le quote, direi di sì. Sono favorevole. Proviamoci».

E la politica italiana?

«Un disastro».

Sempre?

«Fino al crollo della Dc. L'ultimo politico che aveva polso, al di là delle vicende giudiziarie, è stato Ferretti. E l'ultimo partito la Dc. Era la Sammelpartei degli italiani».

Ci vorrebbe un partito degli italiani?

«Non sono un politico. Dico solo che non si può non vedere una delle cause della crisi nella frammentazione. E quella non è colpa dei tedeschi. O della Svp. Nel centrodestra, che era un blocco politico quasi sempre maggioritario, ogni persona ha fatto un partito. Da mani nei capelli. E anche nel centrosinistra, solo litigi. Guardate a Bolzano: era tenuta in piedi da otto partiti. La "Bolzano degli italiani"».

Una ragione?

«Magari due. Una è nel carattere. Gli italiani pensano sempre da soli. O di riuscire da soli. Poi il loro riferimento è nazionale. E seguono le dinamiche dei grandi partiti. Che se si spaccano a Roma, subito dopo si spaccano anche a Bolzano. Ma qui dovrebbe essere diverso. E potrebbe anche esserlo se si ragionasse un po' di più sulle conseguenze».