BOLZANO. C'è una parola che arriva tante più volte delle altre quando si discute con lui di tutto: gavetta. Viene dal latino "gabata". Vuol dire scodella, come un po' anche adesso tra i militari. Ma c'è di più. Nella vulgata romana antica "venire dalla gabata" indicava gli ufficiali e i centurioni che avevano fatto tutto il percorso come soldati semplici prima di salire agli onori del rango. Sapevano, insomma, cosa significava marciare, stare al freddo, mangiare nella semplice scodella, quello che i legionari pensavano degli ordini dei superiori. «Beh, è un modo per capire come funzionano tutti i processi produttivi, che accade quando si tratta di decidere cosa fare, a chi chiedere, quello che deve restare in testa», dice oggi Stefan Pan. «D'estate lavoravo in azienda, poche vacanze. Ho fatto proprio la gavetta». L'ha fatta in quella che è oggi la "Pan surgelati", quinta generazione Pan, pronti a aggiungere anche l'ultimo arrivato, Benjamin. Dice che l'ha fatta, la gavetta, anche in Confindustria, rispondendo alla prima chiamata, provando a osservare i meccanismi e le dinamiche interne all'organizzazione imprenditoriale che tiene insieme migliaia di aziende italiane prima di diventarne il vicepresidente nazionale. Confermato da un paio di presidenti e con deleghe che vanno dalle regioni a, ora, i rapporti con la Ue e le altre Confindustrie europee. Stefan Pan è uno che parla come un computer. Va veloce e dice tanto in poco tempo. «So che uno dei miei difetti è provare sempre a finire un progetto in pochi minuti», spiega di sé. Forse perché vorrebbe che anche tutti gli altri facessero altrettanto. A proposito di vertici: è anche presidente della Fondazione Cassa di Risparmio. Per via del fatto che ritiene la cultura e la cultura d'impresa due questioni da tenere molto vicine. Se non insieme.

Che idea ha avuto in testa fin da ragazzo?

Quella che si respirava in azienda: cercare di uscire, portare i prodotti nel mondo.

Insomma, detto semplice, esportare?

Quello. Il che significa farsi l'immagine di un mondo che provi a superare i confini, magari anche a toglierli di mezzo per potersi aprire agli altri.

La "Pan" da quando?

Occorre andare al 1888. Un po' di anni fa.

Generazioni?

Ormai cinque. Non siamo in tante aziende a poter vantare una simile coerenza di gestione.

Come vede l'Alto Adige?

Come un trampolino. So che c'è chi lo guarda invece come a una casa da tenere chiusa, separata. Non io. Sarebbe in contraddizione con l'idea stessa dell'imprenditoria.

In effetti il mondo economico è sempre stato la punta di diamante del dialogo, anche etnico oltreché nei rapporti dentro-fuori no?

È nella natura di chi fa impresa. Lavorare, produrre sarebbe impossibile senza contatti con la diversità, è lì che si impara a competere. Senza competizione si muore.

A proposito, come va l'industria qui?

Bene. Fa cinque volte il pil dell'agricoltura. Che è considerato settore strategico oltre che identitario.

E il turismo?

L'industria genera il doppio. Lo dico chiaro: senza industria l'Alto Adige, l'intero nostro sistema diventa ricattabile.

Che cosa significa ricattabile?

Che si dovrebbe dipendere dalle contribuzioni, dai sussidi, non si sarebbe più in grado di mettere la testa fuori, di esportare, di far valere il modello economico e innovativo altoatesino.

E si che il settore è in tanti ambienti sudtirolesi visto a fatica come "di casa" qui. Basti pensare alle difficoltà che ha vissuto Valbruna e ai tanti progetti per metterci altro. Che pensa?

Visioni di basso profilo. Che guardano ad orizzonti ristretti. Occorre avere la consapevolezza che l'industria è il più forte collante anche sociale, garantisce stipendi sicuri a migliaia di famiglie ma sia in città che soprattutto nelle valli tutto questo a volte non è percepito.

Come mai?

C'è chi insiste nell'attribuire all'Alto Adige una immagine da cartolina. Ma con le cartoline e solo con le tradizioni si resta indietro.

Che cosa fornisce invece l'industria all'intero tessuto?

Pensi solo all'innovazione. Abbiamo imprese di frontiera assoluta. Che dialogano con la Nasa, con i centri del digitale, che fanno restare qui cervelli che altrimenti se ne andrebbero a Milano o in Cina. Questo è valore. Non solo economico. Naturalmente anche economico.

Che cosa accade in Confindustria?

Io mi occupo, dopo averlo fatto a proposito delle regioni, dei rapporti con la Ue.

E questo ambito come si muove?

La sfida, per chi produce, è nei confronti della burocrazia comunitaria. Nel disegno che guarda a sveltire i processi normativi, a creare le condizioni perché le decisioni possano essere prese in fretta o almeno nei tempi giusti, compatibili con le esigenze di concorrenza globale in cui si dibattono le nostre aziende.

Risultati?

Buoni anche se tante volte non sufficienti. Non solo per l'Alto Adige o l'Italia ma soprattutto per l'Europa nel suo insieme, il terreno di confronto con le altre economie è quello dell'innovazione. Così che nei processi che la riguardano uno dei fattori decisivi è la velocità, la diminuzione dei lacci e dei lacciuoli, la capacità di stare al passo con continenti che guardano poco alle regole.

Perché la Fondazione Cassa di Risparmio?

L'impegno in Confindustria riguarda molto da vicino il volontariato, il mettersi a disposizione. In Fondazione lo sguardo è rivolto alla cultura, intesa come motore di sviluppo.

In che mondo?

Il mondo associativo, l'istruzione, l'arte non sono solo tempo libero, estetica ma toccano i legami sociali che tengono insieme le persone, la capacità di trasformare in eventi le idee che vengono anche dal basso. Tutto questo va finanziato. Perché finanziarlo significa guardare oltre.

Questo guardare oltre è un po' il suoi mantra no?

Insomma, senza, come si farebbe a esportare, a tessere relazioni, a inventare prodotti e a innovare? In famiglia ho imparato questo. Come anche a considerare l'Alto Adige come un luogo per costruire ponti. Non teorici, pratici.