BOLZANO. «Mi chiamo Leo, ho quattro anni e tanta voglia di vivere. Non so parlare, ma qui in Alto Adige, dove abito da quindici mesi, mi capiscono tutti. Forse perché esprimo cose semplici, come la gioia e il dolore, come la felicità e la tristezza. Devo dire che sono molti di più i momenti felici, perché da quando sono diventato altoatesino anch’io, cioè dall’autunno del 2010, ho intorno soltanto gente che mi vuole bene: due genitori speciali, tre fratelli adorabili, e alla scuola dell’infanzia tanti amici e bravissime maestre che si occupano di me.

Anche se ho già quattro anni, non parlo ancora perché sono una “rosa blu”: così gli amici italiani chiamano i bambini che abitano nell’ospedale pediatrico di Gornja Bistra, in Croazia. Bambini rarissimi, come le rose blu, appunto. Rari e delicati.

La mia storia. Non parlo ancora perché vivo assieme a quella che i dottori chiamano sindrome di down. E quello che state leggendo ovviamente non l’ho scritto io. Ma è esattamente quello che vi vorrei raccontare se sapessi parlare o potessi scrivere. Perché voglio farvi sapere che ci sono tante storie come la mia, piene di avvenimenti felici che ti cambiano la vita anche quando è strana e diversa come è strana la mia. Voglio raccontarvi di come tanti amici miei siano ancora là, in Croazia, perché mica tutti possono trovare due genitori come quelli che mi hanno portato qui in Alto Adige. Eppure anche loro, i miei amici di Gornja Bistra, adesso sono molto più felici di qualche anno fa: pensate che il posto da dove vengo dieci anni fa era stato ribattezzato “Il castello degli orrori”, perché quasi nessuno veniva a trovare i bambini rinchiusi là dentro, in mezzo ai topi, alla sporcizia, agli odori, alle gabbie in cui venivano tenuti i piccoli ospiti, tutti “rose blu” come me.

L’ospedale. La Croazia è un Paese moderno, ma tanti anni di guerra hanno creato situazioni tristi, e fino a quando non sono arrivati gli amici italiani dell’associazione “Il giardino delle rose blu” nessuno aveva pensato a cambiare le cose: a ripulire l’ospedale, a far sloggiare i topi, a costruire un parco giochi, a far lavorare meglio i dottori che ci curavano. Ora il castello degli orrori è diventato un vero ospedale: io non ho potuto vederlo quando era orribile, perché non ero ancora nato, ma comunque là dentro me ne stavo tutto il giorno legato a una sedia o chiuso dentro un lettino con le sbarre, anche perché ero l’unico bambino con i genitori dispersi chissà dove da brutte storie che io non saprò mai. C’era solo la mia nonna, che ogni tanto veniva a trovarmi, ma lei adesso è felice di sapere che sono venuto a vivere qui, in una casa piena di amore e di giochi, non più all’ospedale.

La mia famiglia. I miei nuovi genitori non vogliono che io riveli i loro nomi, perché non vogliono che la gente li consideri persone speciali. Dicono che la soluzione non è salvare un bambino su mille e mettersi a posto la coscienza, ma dicono anche che quando mi hanno visto non hanno potuto fare a meno di portarmi con loro. E non è stato facile: ci hanno messo quasi due anni per preparare tutte le carte e i permessi, ma poi tutti ci hanno messo tanto amore. Persino il giudice del Tribunale, dice la mia mamma.

Qui il papà mi porta a giocare, a fare delle cose strane che quelli col camice bianco chiamano terapie, mi porta alla scuola dell’infanzia. La mia giornata? Le cose che mi piacciono di più, da quando vivo qui, sono: mangiare la pasta col ragù e la banana, dormire nel mio lettino senza le sbarre, giocare con il mio orso di pelouche che si chiama Winnie Pooh, accarezzare i miei due gattini Lilli e Sissi, suonare una pianola tutta colorata, rovesciare l’intero scatolone dei giochi. Ma il mio giocattolo preferito è il mio fratellino di 12 anni. Non mi piace la tivù, si muove tutto così veloce che non capisco che cosa ci trovino di bello gli altri.

Le cose che amo. Che cosa so fare di speciale? La cosa di cui vado più fiero è fare quello che fanno tutti gli altri bambini: quando li vedo andare sullo scivolo ci provo anch’io, quando disegnano, anche. La mamma dice che sono un bravo imitatore. Ho un sacco di amici, che per la strada mi riconoscono e mi salutano. Poco tempo fa sono stato anche alla prima festa di compleanno di una mia amica: che gioia. Tutto questo, all’ospedale in Croazia, non c’era. Là non c’era un’altra cosa che ho scoperto qui: le coccole. Mamma dice che ho fatto fatica a impararle, ma che le ho imparate benissimo. Ho imparato anche a ridere e a piangere, altre due cose speciali. E adesso a mia famiglia mi ha detto una cosa che mi è sembrata molto bella: ha detto che le rose blu sono molto rare e delicate, ma che chissà quanti giardinieri le vorrebbero nel loro giardino».

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