MERANO. I fantasmi di quel maledetto lunedì 12 aprile di un anno fa tornano a farle visita ogni notte. Hanno il volto dello sconosciuto che le sedeva accanto e che è precipitato verso il fondo della carrozza per essere inghiottito dal mare di fango, hanno le sembianze della frana di sassi e terriccio che l'hanno sommersa lasciandole libero solo il volto, hanno la voce dei passeggeri che gridano la loro disperazione e invocano aiuto. Fantasmi che gli psicologi non sono riusciti a scacciare, e nemmeno i farmaci. Nelle notti di Ida Peer Niedrfriniger, cinquantaquattrenne di Laudes, frazione di Malles Venosta, solo qualche raro bagliore di luce, quando le appare l'angelo custode. Un angelo in carne e ossa, veste la divisa da carabiniere, ha un nome: Luigi Nobile. È lui che ha ostinatamente scavato nel fango a mani nude e che è riuscito a portarla in salvo nonostante il rischio che il convoglio potesse precipitare da un momento all'altro nel greto dell'Adige.
La riabilitazione psicologica è lunga, ed i risultati stentano a farsi vedere. «Sì, sono risalita sul treno, un mese dopo la tragedia - racconta la donna - eravamo in gruppo, accompagnati da Malles a Silandro da un team di psicologi, devo dire che la prima volta è andata bene, eravamo adeguatamente preparati».
E dopo?
«Il terrore di salirci da sola, ho viaggiato qualche volta, ma sempre accompagnata da qualche familiare. In questi giorni una delle mie due figlie, quella che vive a Merano, vorrebbe che andassi a farle visita, ma non ce la faccio, e ogni giorno che passa è sempre peggio».
Come mai?
«Gli incubi si fanno sempre più frequenti e sempre più violenti, e l'avvicinarsi del primo anniversario non fa altro che contribuire a ravvivare in me quei terribili ricordi».
Parteciperà alle cerimonie?
«No, non parteciperò, per me sarebbe troppo triste, posso pregare anche a casa, assistervi non farebbe altro che incrementare il danno psicologico»
Diceva di essere seguita da un team di psicologi.
«Non più, non ne ho tratto giovamento, molto meglio appoggiarsi alla famiglia e agli amici più cari».
Ha tenuto i contatti con le altre vittime della sciagura venostana?
«Non, nessun contatto, quella è una vicenda che io voglio assolutamente chiudere, ogni rapporto con altre persone coinvolte, ogni cerimonia, come quella organizzata per il primo anniversario, non fa altro che ravvivarne il ricordo».
Ma gli incubi continuano, il dramma non è stato elaborato, non le hanno consigliato la terapia di gruppo?
«Sì, ci siamo trovati un paio di volte, ma devo dire che non ha funzionato, e ho abbandonato».
Ha rivisto il suo "angelo custode"?
«Da allora non più, lui fa il carabiniere a Resia e lo conosco bene perché faceva soccorso sulle piste da sci di Watles quando io lavoravo lì nella cucina di un albergo: gli sarò eternamente grata per quello che ha fatto per me, non potrò scordarlo».
Ha detto che lavorava a Watles, e ora?
«Ho lavorato in cucina per ben 24 anni, ora non più. L'estate scorsa sono rimasta a casa. Sono ritornata a Watles per la stagione invernale ma dopo tre settimane ho dovuto rinunciare, sono stata ricoverata in ospedale».
Come mai?
«Lassù tutti mi conoscono, tutti sanno della mia vicenda, tutti chiedono e tutti vogliono sapere, per me una situazione insostenibile, ho subito un crollo psicologico».
Quindi è ancora in malattia.
«Purtroppo no, sono una lavoratrice stagionale e il 10 aprile dello scorso anno avevo concluso il lavoro invernale: il disastro è successo due giorni dopo e non ho diritto a quel tipo di assistenza».
E con cosa vive?
«Le mie due figlie sono grandi e vivono una a Merano e l'altra a Tubre, mi hanno dato due nipotini, io sto a casa con mio marito, il suo stipendio è sufficiente per tutti e due».
E poi c'è la questione dei rimborsi.
«I soldi non mi interessano, la Caritas mi ha dato qualcosa a copertura delle prime necessità, ma ottenere un risarcimento non è una delle mie priorità».
Cosa si augura, allora?
«Il mio unico desiderio è quello di liberarmi dalla schiavitù dei farmaci, e in questo è fondamentale l'aiuto della mia famiglia, del marito, delle figlie e dei miei cari nipotini».

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