BOLZANO. «I miei amici mi invidiavano tantissimo, perché quando sono arrivato alla Upim il 22 settembre del 1969 c’erano 106 “signorine”, tutte giovani e tutte nubili, e solo sei-sette maschi». Roberto Tessaro, 66 anni bolzanino, ricorda con ironia e un pizzico di nostalgia i 32 anni passati nel magazzino di via della Posta.

«Ho cominciato come fattorino: primo stipendio 70 mila lire. Poi sono stato promosso autista, commesso, vetrinista (“a Natale ci impiegavo una settimana per allestire l’albero”), addestratore per l’uso dei computer, responsabile dello smistamento delle merci. Probabilmente, avrei potuto aspirare anche al ruolo di gerente, ma dovevo rinunciare alla passione per le battaglie sindacali. Cosa impensabile per me che fin dall’inizio sono stato delegato sindacale: per anni come rappresentante della Cgil e solo verso la fine della carriera della Uil. Hanno tentato in tutti i modi di farmi fuori, non ci sono mai riusciti: allora il sindacato era forte. Siamo partiti da zero, perché quando sono arrivato io non c’era ancora lo Statuto dei lavoratori. L’ufficio di collocamento e l’ufficio del lavoro non esistevano. Le commesse, prima del 1970, sapevano che se volevano sposarsi dovevano licenziarsi. Oltre al fatto che dovevano essere nubili, l’altro requisito era quello della bellezza. Infatti le “signorine dell’Upim” erano tutte belle, caratteristica indispensabile per far colpo sul cliente, in particolare dell’altro sesso, che in base alla filosofia aziendale non doveva mai uscire dal magazzino senza aver acquistato almeno una camicia o una cravatta».

Negli anni Settanta e Ottanta sono iniziate le battaglie sindacali: riunioni fiume e poi gli scioperi.

«All’Upim - racconta - avevamo una campanella che suonava qualche minuto prima della chiusura, ma l’accordo era che se suonava durante la giornata era il segnale della proclamazione dello sciopero. E allora si andava tutti fuori». Le battaglie sindacali erano anche la scusa per finire la serata in pizzeria.

«Ogni occasione - ammette Tessaro - era buona per ritrovarsi e stare assieme. Quelli erano gli anni in cui la Upim era una grande famiglia».

Il sindacalista conserva in cantina le foto che documentano manifestazioni, cene, vendite promozionali, feste organizzate dall’azienda stessa, per premiare con un orologio o una bici le dipendenti più longeve.

«Eravamo riusciti a conquistare tra le altre cose la sala ristoro, i 15 minuti di pausa al mattino e altrettanti la sera. Oltre a far sì che le commesse non dovessero più accollarsi l’onere delle pulizie. L’azienda accettò l’idea di assumere personale ad hoc per queste incombenze».

Era il periodo del boom economico, in cui l’Upim di Bolzano, che faceva parte del raggruppamento di Padova, aveva vinto (1969) il premio “L’alfiere”, assegnato ai negozi che facevano il fatturato migliore.

Le domeniche del periodo natalizio il magazzino di via della Posta veniva preso letteralmente d’assalto: «Arrivavano con gli zaini dalle valli per fare gli acquisti da noi. Tanto che ad un certo punto si era deciso di prendere le guardie giurate per regolare l’ingresso dei clienti».

Gli anni Ottanta sono stati caratterizzati anche da forti tensioni a livello sindacali. A guidare le trattative c’era sempre lui: Tessaro. Grande seguito tra le dipendenti, mal sopportato dalla direzione aziendale. «Tanto che io ed altre due colleghe sindacaliste eravamo saliti alla ribalta delle cronache, perché ci avevano fatti pedinare da due investigatori privati. Alla fine ci fecero causa sostenendo che avevamo chiesto un permesso sindacale per una riunione che non c’era mai stata. In realtà quel giorno la sala della Cgil non era agibile e avevamo deciso di ritrovarci nella casa di mia sorella. L’obiettivo era evidente: licenziarci. Però, dopo un contenzioso durato tre anni, siamo riusciti a dimostrare che la riunione c’era stata».

In confidenza signor Tessaro, battaglie sindacali a parte, in 32 anni ha più lavorato o si è più divertito?

«La seconda: sono stati anni indimenticabili».

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