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BOLZANO. «La ragazza, una somala che non aveva neppure 18 anni, aveva una bimba di pochi mesi aggrappata al collo. La pelle di entrambe era coperta da tante piccole vesciche provocate dalla scabbia. Era urgente farle ricoverare in ospedale, ma non c’era nulla da fare. Quella giovanissima profuga non voleva muoversi dalla stazione e la capivo: erano ore che aspettava di salire assieme a sua figlia sul treno per la Germania. Si è “arresa” solo quando le ho detto che se non voleva andarci lei, avremmo portato noi la sua bimba in ospedale». Questa è una di quelle immagini forti che Vincenzo Tommaseo, capo della polizia ferroviaria di Bolzano in pensione dal primo settembre, porterà con sé assieme a tante piccole e grandi storie vissute in quarant’anni di servizio - dalla squadra Volante alla Mobile, alla Polfer - nella Polizia.
Da Badolato Borgo, splendido borgo medievale calabrese che si affaccia sulla costa ionica, com’è approdato nel 1975 nel profondo Nord?
«Tutta “colpa” del tedesco».
In che senso scusi?
«Io sono entrato nel gennaio del ’75 in Polizia con un concorso. A primavera ero alla scuola di Alessandria quando arrivò un maresciallo (allora la Polizia era ancora un corpo militare) di lingua tedesca che chiese se c’era qualcuno che lo masticava un po’. Io da ragazzo avevo lavorato un po’ in una gelateria di Norimberga e sia la lingua che l’ambiente non mi dispiacevano, anzi. È così che qualche mese dopo, mentre i miei compagni di corso - molti del sud - erano stati assegnati a commissariati e questure vicino a casa, io mi ritrovai a Bolzano».
Primo impatto?
«Un disastro. Non mi piaceva per niente».
Non ha chiesto trasferimento?
«Se è per questo sono andato anche oltre. Ho preparato la lettera di dimissioni. Volevo andarmene. Era stato un vecchio maresciallo a convincermi a restare. Mi disse che anche lui aveva vissuto la stessa esperienza, ma alla fine si era trovato bene».
Anche per lei è stato così?
«Col senno di poi dico di sì: Bolzano è una città tranquilla dove si vive bene. Lo conferma il fatto che da noi fa notizia un furto, quando in altre zone d’Italia si fanno i conti con la criminalità vera».
Com’è cambiata la microcriminalità in questi anni?
«Quando ho iniziato, facendo servizio alla squadra Volante, la notte avevamo un sacco di interventi per risse nei locali notturni, in particolare al “Navarro” di via Museo. Furti ce n’erano anche allora ma i ladri si beccavano subito, perché erano più o meno sempre gli stessi. Oggi, il reato che tocca più da vicino i cittadini è il furto e l’individuazione degli autori più difficile che in passato».
Lei ha vissuto anche gli anni delle bombe di Ein Tirol?
«Sì ed è stato un periodo di forte tensione anche a livello etnico. Ero di pattuglia la notte in cui, alla fine degli anni Ottanta, ci sono stati quattro attentati. Ricordo ancora la voragine davanti alla sede Rai di piazza Mazzini e i pezzi di macchine finiti sui rami degli alberi del parco».
Volante, Mobile, Polfer: qual è il settore che le è piaciuto di più?
«I dieci anni nella squadra Volante mi sono rimasti nel cuore. È un po’ la prima linea della polizia, un settore che ti consente il contatto diretto con le persone nell’immediatezza dei fatti. Ricordo ancora, a distanza di anni, la gioia dell’anziana a cui avevano rubato un orologio quando glielo abbiamo restituito, dopo aver individuato il ladro che lo stava cedendo al ricettatore. Vale quanto l’encomio che assieme ai colleghi avevo ricevuto dal capo della Polizia dopo che come squadra Mobile - alla guida allora c’era Giuseppe Macrì con il quale abbiamo fatto delle importanti operazioni - avevamo individuato gli autori del furto di gioielli del valore di milioni di vecchie lire a casa di Renate Hirsch Giacomuzzi. La refurtiva era stata recuperata a Milano. La signora aveva mandato una lettera niente meno che al presidente della Repubblica».
In Alto Adige c’è stato un unico rapimento: quello dell’imprenditore Ander Amonn, il 18 dicembre 1977.
«Ero da due anni in Polizia e lavoravo alle Volanti, ricordo ancora i posti di blocco e, nelle giornate successive, le decine di perquisizioni fatte in città e fuori. In realtà i rapinatori, una banda formata da italiani, spagnoli e sudamericani lo tennero prigioniero in una tenda, montata all’interno di un appartamento a Milano».
Come sono stati gli ultimi 20 anni alla guida della Polfer?
«All’inizio degli anni Novanta avevo vinto il concorso di ispettore e ho deciso di fare un’esperienza nuova alla Polizia ferroviaria. All’inizio, quando passavo davanti alla Questura, mi veniva il magone. Poi però ho cominciato ad apprezzare quello che avevo apprezzato, all’inizio della carriera, alle Volanti: ovvero il contatto diretto con le persone e la sensazione di poter fare qualcosa di concreto nell’immediatezza dei fatti».
Negli ultimi mesi proprio la Polfer si è trovata a fronteggiare l’emergenza profughi.
«Noi per la verità avevamo già vissuto anni fa l’emergenza curdi. I profughi allora si nascondevano nelle intercapedini dei vagoni, per raggiungere la Germania. Sono cambiati i Paesi d’origine, ma il carico di disperazione è lo stesso. Purtroppo, mi preoccupa il crescente razzismo».
Dal primo settembre cosa farà?
«Mi piacerebbe, ma per ora è solo un’idea, creare un’assozione che aiuta gli anziani, e più in generale le fasce deboli della popolazione, che spesso quando subiscono un reato non sanno come muoversi».


