BOLZANO. Toponomastica, la Svp e la Commissione dei Sei vanno avanti. Domani la paritetica si riunirà per il voto definitivo sulla norma di attuazione che rivoluzionerebbe la toponomastica in Alto Adige, introducendo il criterio dell’uso. Salvo sorprese, la commissione licenzierà la norma, nonostante le parole nette domenica dell’ex presidente della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick a Rainews24, la petizione firmata da un terzo dei senatori, i professori e le molte voci contrarie, trasversali, in Alto Adige. «Non c’è nulla di nuovo, rispetto a quanto ci siamo già detti. Abbiamo già sviscerato le obiezioni», interviene il presidente della paritetica Francesco Palermo, impegnato ieri in un serrato e affollato - circa 150 persone - dibattito al Cristallo, in cui è stato anche contestato.
L’EX PRESIDENTE. Ma dopo Flick, arriva la presa di posizione di un altro ex presidente della Corte costituzionale. Si tratta di Antonio Baldassarre, componente della Corte costituzionale per nove anni, dal 1986 al 1995, con incarico di presidente nel 1995. «Per nove anni ho redatto sentenze sulle autonomie speciali», esordisce Baldassarre, «conosco molto bene il vostro statuto e quanto prevede sul bilinguismo e la toponomastica. Dal mio punto di vista, la situazione è chiara. Le norme di attuazione devono, appunto, attuare lo Statuto, non modificarlo. Lo Statuto prevede il bilinguismo nella toponomastica. Se nella norma viene introdotto un meccanismo per abolire una parte dei toponimi italiani, quella norma diventa chiaramente incostituzionale e facilmente impugnabile». Simili erano state le parole dell’ex presidente della Consulta Flick, che ha ricordato il bilinguismo previsto dallo Statuto e criticato «l’esasperazione» con cui un tema identitario come la toponomastica «finisce per essere una forma di esclusione degli altri».
Il pressing è forte e noto al presidente delle Repubblica Sergio Mattarella, che ha seguito la discussione sulla norma di attuazione. Dopo la ripresa della trattativa, a partire da dicembre, Mattarella, cui compete l’eventuale promulgazione definitiva, ha chiesto chiarimenti al sottosegretario Gianclaudio Bressa e a Palermo.
DIBATTITO INFUOCATO. Ieri sera al Cristallo sala gremita di un pubblico trasversale (da Serafini a Bonerba, da Paolo Berloffa a Kronbichler, da Della Ratta a Doriana Pavanello, praticamente assente il Pd). Ha moderato la serata Jimmy Milanese .
Così Palermo sulle parole di Flick: «L’ex presidente ricorda il bilinguismo statutario, richiamato anche dalla norma, che lo interpreta. Sui senatori ho già detto: non c’entrano. L’8 marzo credo che la norma verrà approvata dalla Commissione dei Sei. Non vedo novità».
Il senatore si è confrontato al Cristallo (dibattito organizzato da Raetica) con Roberto Bizzo (Pd), Alessandro Urzì (Alto Adige nel cuore), Riccardo Dello Sbarba (Verdi) e Christian Bianchi (sindaco di Laives). Alle critiche della platea Palermo ha replicato: «Non è vero che rinunciano soltanto gli italiani a qualcosa. Per il 75% della popolazione la toponomastica è un problema. Non si parla di nomi, ma di metodo e questa è una novità importante introdotta dalla norma». Urzì ha incalzato: «Si reclama solo il diritto di una parte della comunità di esprimersi nella propria lingua».
Bizzo, componente della paritetica, aveva annunciato il voto negativo alla norma, proprio perché «stravolge lo Statuto». L’ha poi votata e ieri ne ha spiegato le ragioni. «Il tema è esattamente quello posto dai senatori e da Flick. In commissione rischiavo di restare isolato e il mio partito avrebbe votato qualsiasi cosa. Ho lavorato per ottenere il miglior compromesso possibile sull’elenco di nomi allegato», spiega Bizzo. Secco il parere di Dello Sbarba: «È palese che la norma di attuazione non interpreta lo Statuto, ma lo modifica. Non è una questione di "bilinguismo perfetto" perché questo, ha ragione Palermo, non è mai esistito: tutti sappiamo che i toponimi italiani saranno al più 10.000, mentre quelli in tedesco oltre 100.000. Ma il punto è un altro: lo Statuto non assegna alla Provincia alcuna competenza sulla toponomastica in italiano, che nel 1972 veniva data per scontata. Lo Statuto del 1972 voleva dare pari valore legale anche alla toponomastica tedesca e ladina e assegnava alla Provincia il compito di riconoscerla per legge. Il principio del bilinguismo era pensato proprio a tutela del gruppo sudtirolese. Si può anche ragionare sul criterio dell’uso ma senza che questo diventi una sorta di caccia al toponimo italiano».
Così il sindaco di Laives Bianchi: «L’esigenza degli italiani è che questi signori si parlino su temi di tale importanza: è la divisione la vera debolezza del gruppo italiano. Possiamo essere di schieramenti diversi, ma su argomenti come la toponomastica dobbiamo essere uniti».
LA SVP FA MURO. I 102 senatori, le parole dei presidenti emeriti della Consulta fanno alzare un muro alla Svp. Il senatore Karl Zeller, componente della Commissione dei Sei, esclude un ripensamento e attacca la «campagna mediatica» di chi «non è maturo per la convivenza e si aggrappa agli 8 mila toponimi di Tolomei. Nazionalisti». Non importa che le proteste siano arrivate anche da voci come Bolognini e Serafini? Zeller attacca: «Le petizioni? È ovvio che arrivino le firme dei senatori, se la domanda è “volete o no che venga cancellata la toponomastica italiana?” Quella norma va studiata». Poi la previsione-minaccia: «A chi non apprezza che la Svp abbia accettato di verificare l’uso dei toponimi tolomeiani dico: salta la norma? Vedrete. Si andrà avanti come adesso e ne riparleremo tra un po’ di anni». Senza norma, deregulation e monolinguismo strisciante.
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