BOLZANO. Per gli amanti del «bio» è un brutto colpo ma proprio ieri si è avuta la conferma che «Aretè», il noto e frequentato ristorante di vicolo Parrocchia, di fronte al Duomo, è in liquidazione. E con esso anche gli altri due rami d'azienda gestiti dalla cooperativa omonima: quello che si occupava di distribuzione di prodotti biologici di alta fascia e quello che organizzava la fiera «Biolife». La kermesse nata nel 2004 è diventata nel corso del tempo un evento di promozione dell’eccellenza alimentare italiana e dei prodotti biologici certificati.

L'aspetto positivo è che il liquidatore sta trattando per cedere i tre «rami» della coop, mentre quello negativo è che l'esposizione finanzaria - come ha spiegato ieri Ivan Tomedi, presidente della Csu e consigliere del cda di Aretè - pare oscilli attorno ai 200 mila euro, una cifra significativa se si pensa che Areté aveva aperto all’inizio del 2012. «A qualcuno - commenta lo stesso Tomedi - il cerino, alla fine, potrebbe restare in mano. E Csu, che aveva prestato alcune garanzie ed aveva speso una cifra significativa per l'avviamento del locale, pagherà probabilmente dazio». Degli11 dipendenti della cooperativa in organico ne è rimasto uno (un lavapiatti) e del suo licenziamento dovrebbe farsi carico il liquidatore designato dalla Provincia.

Le cause. Con grande sincerità Tomedi spiega cosa non ha funzionato: «In un anno e mezzo sono emersi problemi di organico, sono state scelte - per alcune posizioni - delle persone sbagliate o non adatte e ci sono stati anche disaccordi interni». Ma a monte sembrano esserci anche problemi di comunicazione e marketing, come conferma, in un'attenta analisi, lo stesso Tomedi. «Il problema di fondo è che pochi clienti sapevano cosa avevano nel piatto. I prodotti erano di primissimo livello, costavano quasi il doppio rispetto a quelli tradizionali, e ci venivano forniti da aziende di nicchia di tutta Italia. Ma non avendo un budget adeguato da investire in comunicazione e marketing non siamo riusciti a farlo sapere alla gente. Chi veniva arrivava grazie al passaparola ma sicuramente non siamo riusciti ad arrivare al numero di persone che ci eravamo prefissati di raggiungere».

La crisi e la posizione. Inutile negare che ad incidere è stata anche la crisi. «In centro sono aumentate le pizzerie e la gente si è dimostrata sempre meno disposta a spendere di più per avere prodotti certificati, di qualità e di nicchia». Nemmeno la posizione, secondo Tomedi, era ideale: «Vicolo Parrocchia, pur essendo in pieno centro storico e vicino al Duomo, è fuori dai percorsi abituali dei turisti».

I margini di rientro. Il passivo accumulato è in gran parte verso i fornitori. «Le pendenze ai dipendenti sono state quasi tutte saldate ma contiamo di abbattere i circa 200 mila euro attuali con gli introiti derivanti dalla cessione dei tre rami aziendali. Ci sono tutti i presupposti per rientrare di una parte significativa della somma». Il giro d’affari di Areté di sicuro non è stato sufficiente per tenere in piedi l'offerta bio che a questo punto rischia di scomparire, in tutto o in parte, dalla città.

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