BOLZANO. Il Tribunale del riesame deciderà entro la prossima settimana sulla richiesta, presentata ieri dall’avvocato Domenico Laratta per conto del collega Massimiliano Quercetani, di revoca dell’ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti di monsignor Patrizio Benvenuti, e sul sequestro di beni mobili e immobili per un valore di 23 milioni di euro: misure emesse dal giudice Emilio Schönsberg. Intanto proseguono le indagini, che vedono impegnate oltre alla Guardia di Finanza altoatesina, anche le polizie di Francia, Belgio, Lussemburgo e Svizzera, nell’inchiesta sulla mega truffa internazionale da 30 milioni di euro, partita da Brunico e in particolare dalla denuncia dell’ex suor Donata, al secolo Agnese Colz, 74 anni, che dopo aver vissuto a Roma per anni come collaboratrice del monsignore, è tornata a vivere in Val Badia, a La Valle, dove la sorella ha un albergo.

Sono circa 250 anziani, per lo più francesi e belgi, tra questi anche alcuni rappresentanti della nobiltà, le vittime della truffa che arriverebbe fino alla casa reale del Lussemburgo.

Il raggiro sarebbe stato architettato - secondo la Guardia di finanza che ha iniziato le indagini nell’estate del 2014 - dall’alto prelato Patrizio Benvenuti, 64 anni di origine argentina, residente alle Isole Canarie e attualmente agli arresti domiciliari a Genova, e dal finanziere Christian Ventisette, 54 anni di origine corse, inseguito da un mandato di cattura internazionale con l’accusa di riciclaggio, ma attualmente latitante. Secondo gli investigatori sarebbe scappato a Miami e i soldi della truffa sarebbe stati trasferiti a Malta. Le vittime del raggiro avevano affidato i loro soldi alla Kepha Invest, con sede in Belgio, una società che si occupava di investimenti immobiliari, emettendo un prodotto chiamato “Bulletin” che prometteva all’investitore interessi del 6-7%. Parte dei soldi doveva poi essere investita in operazioni di tipo culturale-umanitario, curate direttamente dalla Kepha onlus fondata da monsignor Benvenuti nel 1997.

I beni di lusso. In realtà, sempre secondo quanto emerge dall’indagine coordinata dal sostituto procuratore bolzanino Igor Secco, i soldi sarebbe serviti per acquistare beni di lusso come Villa Vittoria vicino a Piombino (valore 5 milioni) e il sito archeologico Cam di Triscina di Selinunte, attualmente sotto sequestro.

Tra le vittime anche Agnese Colz, ex suora dell’ordine della Santa Croce di Merano, che nell’estate del 2014 - spinta dal nipote insospettito dal fatto che in Val Badia continuavano ad arrivare notifiche di operazioni bancarie in quanto risultava essere amministratrice della Opus e della Trust Opus - si è presentata al comando della compagnia delle Fiamme gialle di Brunico. La sua denuncia - ha raccontato tra l’altro di aver prestato al prelato 35 mila euro per coprire le spese di ricevimenti con importanti personalità romane - è stata raccolta da Alessandra Faietti, comandante della compagnia che ha deciso di andare a fondo di una vicenda molto intricata e difficile da indagare proprio perché gran parte dell’attività e dei protagonisti si trovano all’estero. Oltre al prelato e a Ventisette sono indagate altre sei persone: tutte straniere. La vicenda ha avuto grande rilievo mediatico anche in Lussemburgo e in Belgio, perché segretaria del Kepha sarebbe stata Stephanie De Lannoy, moglie del Principe Guglielmo, erede al trono del Lussemburgo. La nobildonna non è coinvolta nell’indagine, mentre risulta indagato il barone belga Christophe Dormer De Fierlant che presiedeva la Kepha Invest, che potrebbe averle offerto l’incarico nella società, di cui lei avrebbe ignorato la reale attività.

La difesa. Sentito dagli investigatori, monsignor Benvenuti - che ha vissuto a Villa Vittoria, splendido edificio del ’400, acquistata nel 2009 con la promessa di farne un centro culturale per i giovani - ha sostenuto di essere all’oscuro di tutto e di essere lui stesso vittima del raggiro di Ventisette. Concetto ribadito in una nota diffusa, l’altra sera, in cui il sacerdote respinge ogni accusa, sostenendo “di non aver mai indotto nessuno a versare ingenti capitali e di non aver mai promesso profitti”.

Afferma, tra l’altro, che l’ex suora, sua stretta collaboratrice a Roma per diversi anni, non gli avrebbe mai dato denaro in contante, ma i soldi sarebbero serviti per “fare la spesa”. Non solo: chiama in causa Ventisette, sostenendo che Colz sarebbe stata convinta dal finanziere a firmare gli atti costitutivi della Opus e Trust Opus, società che risultano avere la sede legale a La Valle e di cui la donna ignorava l’esistenza.