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Bolzano. Possiamo proprio dirlo: sono le follie meteorologiche del 2020–2021. Un'estate molto calda - a ben vedere la più calda da almeno trent'anni - e per di più estremamente secca, seguita da un inverno come non se ne vedevano da decenni: tantissima neve e temperature a lungo sottozero anche in città, laghi ghiacciati alla cui vista non si era più abituati. Ma ciò non significa affatto che il riscaldamento globale abbia ceduto il passo e che i ghiacciai rifioriranno. Lo chiariscono il geologo Franco Secchieri e il generale Pietro Bruschi, del Servizio glaciologico del Cai Alto Adige.
Da un punto di vista climatico-meteorologico, spiegano i due esperti altoatesini, «stiamo vivendo un periodo in cui tutto diventa anomalo, spesso in maniera contrastante e apparentemente incomprensibile. A cominciare dalla temperatura, rispetto alla quale il 2020 sembra essere stato il più caldo degli ultimi trent’anni, con una stagione estiva caratterizzata da notevole siccità. Al contrario l’analisi dei dati pluviometrici rivela la grande nevosità di questo primo periodo invernale rispetto agli ultimi decenni».
Ci sono comunque in natura degli strumenti estremamente preziosi che segnalano e registrano i cambiamenti del clima, al di là delle vicende meteorologiche di breve periodo. Sono i ghiacciai che, con le loro dinamiche e le tracce della loro evoluzione, raccontano la storia del clima, non solo attuale, ma anche quello di migliaia di anni fa. Naturalmente bisogna saper leggere e interpretare le loro modificazioni e a questo pensano annualmente i glaciologi italiani, a cominciare da quelli del Comitato Glaciologico Italiano e di altre realtà specifiche territoriali come il Servizio Glaciologico del Cai Alto Adige (SgAA).
A tale proposito nell’estate 2020 gli operatori del SgAA, coordinati dal generale Pietro Bruschi con la referenza scientifica del geologo Franco Secchieri, hanno controllato e misurato le variazioni frontali di oltre quaranta ghiacciai. Inoltre hanno anche rilevato con un sorvolo aereo sull’intero territorio le condizioni di oltre un centinaio di altri ghiacciai.
Nello stesso periodo anche tutti i ghiacciai delle Dolomiti sono stati nuovamente sorvolati e fotografati dal glaciologo Franco Secchieri anche al fine di una più ampia e omogenea valutazione di carattere regionale.
«Oggi - proseguono - siamo in grado di ricostruire le vicende climatiche del passato, anche recente oltre che attuale, grazie alle tracce lasciate dai ghiacciai, dalle piccole alle più grandi morfologie glaciali. Sappiamo ad esempio che a partire dalla metà degli anni ’80 del secolo scorso è cominciata una fase di riduzione delle masse gelate, sulle Alpi e non solo, che è andata progressivamente intensificandosi avvalorando la tesi ormai universalmente accettata del riscaldamento globale del pianeta».
Un aspetto particolarmente significativo è dato dalle modifiche del paesaggio alpino d’alta quota. «Grandi e celebri montagne stanno modificando profondamente il loro aspetto con la perdita dei loro mantelli gelati. Purtroppo si tratta di una considerazione anche di carattere idrologico, dato che i ghiacciai costituiscono una importante riserva d’acqua per l’agricoltura e per altri aspetti della nostra vita sociale».
Cosa ci si può dunque aspettare per il futuro? «Non si può affermare che le recenti abbondanti nevicate rappresentino un segnale di inversione delle modifiche climatiche. I climatologi sono tutti concordi nell’affermare che per parlare anche solo di modifiche tendenziali l’unità di misura temporale è quanto meno il trentennio». I metri di neve caduta quest’inverno non rappresentano quindi l’inizio di una nuova glaciazione.
Per i glaciologi tutta questa neve rappresenta comunque una consolazione pensando al bilancio glaciologico di questa annata 2020/21, ricordando però che le somme si tirano alla fine della prossima estate, le cui caratteristiche termo-pluviometriche non si è ora in grado di prevedere. DA.PA
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Da un punto di vista climatico-meteorologico, spiegano i due esperti altoatesini, «stiamo vivendo un periodo in cui tutto diventa anomalo, spesso in maniera contrastante e apparentemente incomprensibile. A cominciare dalla temperatura, rispetto alla quale il 2020 sembra essere stato il più caldo degli ultimi trent’anni, con una stagione estiva caratterizzata da notevole siccità. Al contrario l’analisi dei dati pluviometrici rivela la grande nevosità di questo primo periodo invernale rispetto agli ultimi decenni».
Ci sono comunque in natura degli strumenti estremamente preziosi che segnalano e registrano i cambiamenti del clima, al di là delle vicende meteorologiche di breve periodo. Sono i ghiacciai che, con le loro dinamiche e le tracce della loro evoluzione, raccontano la storia del clima, non solo attuale, ma anche quello di migliaia di anni fa. Naturalmente bisogna saper leggere e interpretare le loro modificazioni e a questo pensano annualmente i glaciologi italiani, a cominciare da quelli del Comitato Glaciologico Italiano e di altre realtà specifiche territoriali come il Servizio Glaciologico del Cai Alto Adige (SgAA).
A tale proposito nell’estate 2020 gli operatori del SgAA, coordinati dal generale Pietro Bruschi con la referenza scientifica del geologo Franco Secchieri, hanno controllato e misurato le variazioni frontali di oltre quaranta ghiacciai. Inoltre hanno anche rilevato con un sorvolo aereo sull’intero territorio le condizioni di oltre un centinaio di altri ghiacciai.
Nello stesso periodo anche tutti i ghiacciai delle Dolomiti sono stati nuovamente sorvolati e fotografati dal glaciologo Franco Secchieri anche al fine di una più ampia e omogenea valutazione di carattere regionale.
«Oggi - proseguono - siamo in grado di ricostruire le vicende climatiche del passato, anche recente oltre che attuale, grazie alle tracce lasciate dai ghiacciai, dalle piccole alle più grandi morfologie glaciali. Sappiamo ad esempio che a partire dalla metà degli anni ’80 del secolo scorso è cominciata una fase di riduzione delle masse gelate, sulle Alpi e non solo, che è andata progressivamente intensificandosi avvalorando la tesi ormai universalmente accettata del riscaldamento globale del pianeta».
Un aspetto particolarmente significativo è dato dalle modifiche del paesaggio alpino d’alta quota. «Grandi e celebri montagne stanno modificando profondamente il loro aspetto con la perdita dei loro mantelli gelati. Purtroppo si tratta di una considerazione anche di carattere idrologico, dato che i ghiacciai costituiscono una importante riserva d’acqua per l’agricoltura e per altri aspetti della nostra vita sociale».
Cosa ci si può dunque aspettare per il futuro? «Non si può affermare che le recenti abbondanti nevicate rappresentino un segnale di inversione delle modifiche climatiche. I climatologi sono tutti concordi nell’affermare che per parlare anche solo di modifiche tendenziali l’unità di misura temporale è quanto meno il trentennio». I metri di neve caduta quest’inverno non rappresentano quindi l’inizio di una nuova glaciazione.
Per i glaciologi tutta questa neve rappresenta comunque una consolazione pensando al bilancio glaciologico di questa annata 2020/21, ricordando però che le somme si tirano alla fine della prossima estate, le cui caratteristiche termo-pluviometriche non si è ora in grado di prevedere. DA.PA
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