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BOLZANO. Il teorema accusatorio legato allo scandalo Sel per la vicenda Stein an Stein è già noto ed ha trovato piena conferma nella sentenza con rito abbreviato che ha portato alla condanna di primo grado di Klaus Stocker e Franz Pircher. Ora però sotto processo con rito ordinario (probabilmnente nel tentativo di dilatare i tempi del giudizio) c’è la presunta vera mente di quella che il procuratore Guido Rispoli nella requisitoria del primo procedimento definì «una pericolosa cricca».
La conferma. A conclusione dell’intensa udienza di ieri , che ha visto deporre una decina di testimoni, l’impressione netta è che anche il processo a carico di Maximilian Rainer, all’epoca direttore generale di Sel, sia destinato a portare all’ennesima conferma. In assenza dei testi più attesi (la prestanome austriaca Petra Windt) e Rudolf Stocker (fratello di Klaus, ex presidente di Sel), ieri è stata la deposizione dell’imprenditore austriaco Johann Breiteneder, amministratore di «Parcheggi Italia spa» (titolare della centrale idroelettrica di Mezzaselva) , a inchiodare Maximilian Rainer ad una prima pesante verità: cinque mesi prima della riunione del consiglio di amministrazione di Sel (il 24 novembre 2006) nel corso della quale fu deciso di rinunciare all’acquisizione della piccola e vecchia centrale, lo stesso Rainer incontrò (il 9 giugno 2006) proprio Breiteneder a Vienna comunicandogli che Sel o una società privata avrebbe acquisito la centrale in questione. Nell’estate di quell’anno, dunque, Rainer stava già lavorando al grande business personale contro gli interessi della società per la quale lavorava.
Interessi privati. E’ uno degli aspetti più importanti che ha trovato piena conferma nell’udienza di ieri. Lo ha sottolineato anche l’avvocato di parte civile (per conto di Sel) Giacomo Gualtieri di Milano. «Nulla può escludere che il consiglio di amministrazione di una società possa fare valutazioni sbagliate - ha commentato a fine udienza - ma qui è emerso che c’erano degli interessi personali prevalenti del tutto inaccettabili». E’ questo il cuore della presunta truffa ai danni della stessa Sel. La sfilata in qualità di testimoni davanti al tribunale di tutti componenti il consiglio di amministrazione dell’epoca, ha in sostanza portato nuova acqua al mulino della Procura impegnata a dimostrare che la scelta di rinunciare all’acquisizione della piccola centrale elettrica sarebbe stata abilmente pilotata dalla presunta mente della «cricca», pronta a mettere le mani sull’impianto sapendo che avrebbe potuto contare successivamente anche sui necessari appoggi politici per ottenere quel potenziamento dell’impianto che alla società cedente era sempre stato negato. Ieri i membri del vecchio consiglio di amministrazione di Sel sono stati protagonisti davanti ai giudici di una serie di deposizioni «monocorde» (che gli stessi testi hanno avuto tra il resto la possibilità di concordare tra loro in attesa di deporre in aula, nonostante i divieti previsti dal codice). In effetti tutti hanno voluto sottolineare che la scelta di non acquisire la centrale di Mezzaselva sarebbe stata dettata da due considerazioni di fondo: la possibile acquisizione non sarebbe rientrata nelle strategie generali della Sel (che si occupava solo di grandi derivazioni escludendo i piccoli impianti) ed il prezzo proposto dalla parte cedente (500 mila euro) considerato sproporzionato rispetto al presunto reale valore dell’impianto (70 mila euro). In aula è però emerso che al Cda non sarebbe stata fornita una corretta valutazione del valore della potenzialità produttiva e dunque dell’attività e della rendita economica. Come già accennato ieri altri due testi importanti, Rudolf Stocker e Petra Windt) non si sono presentati. Saranno riconvocati nell’udienza dell’11 aprile.
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