BOLZANO. L’imprenditore altoatesino Serafin Unterholzner è riuscito ad ottenere una ulteriore sensibile riduzione di condanna per la bancarotta fraudolenta e preferenziale legata al crac Lanabau, l’impresa edile dichiarata fallita dall’allora giudice Edoardo Mori il 19 maggio 2006. L'inchiesta sul dissolvimento dell'impero Lanabau permise di appurare che il «crac» raggiunse i 90 milioni di euro. Una somma rilevante che mise in forti difficoltà economiche non pochi creditori. Anche per questo il giudizio del tribunale in primo grado era stato molto severo.

Complessivamente Serafin Unterholzner venne infatti condannato (in due giudizi autonomi) a 13 anni e mezzo di reclusione. Già in appello gli avvocati difensori Paolo Fava e Beniamino Migliucci riuscirono ad ottenere una sensibile riduzione di pena anche grazie all’unificazione dei due procedimenti in un unico processo.

Il riconoscimento delle attenuanti generiche portò ad una condanna di secondo grado (con rito abbreviato) a sette anni di reclusione. Il verdetto della corte d’appello di Bolzano venne però impugnato in Cassazione. La Suprema Corte annullò la sentenza d’appello ordinando la ripetizione del processo d’appello. Ieri davanti ad una nuova sezione della corte d’appello di Trento gli avvocati difensori Migliucci e Fava sono riusciti ad evitare il processo rinunciando ad alcuni motivi d’appello, ottenendo il via libera ad un patteggiamento ad appena 4 anni di reclusione. Un vero miracolo processuale reso possibile dalle nuove norme inserite nella procedura penale italiana su iniziativa del Ministro della giustizia Orlando. Si tratta di norme che rendono ammissibile il patteggiamento (con ulteriore riduzione di pena di un terzo) anche in fase di appello. Rispetto alla condanna di partenza a 13 anni e mezzo, Serafin Unterholzner se la caverà con una pena decisamente soft.

Nel corso dell’inchiesta Serafin Unterholzner (che al tempo dei fatti fu arrestato) venne anche accusato di aver prelevato 8 milioni di euro per uso personale dai conti dell'impresa. Accusa in realtà respinta con decisione dall’imputato che ribadì in tutti i gradi di giudizio di aver fatto di tutto per evitare il fallimento e di aver anche inserito nell’azienda soldi freschi (con vendite di beni personali) che però non furono sufficienti ad evitare il crac. Gli avvocati difensori hanno anche sottolineato il ruolo e la responsabilità di alcuni istituti bancari coinvolti che avrebbero dovuto bloccare più tempestivamente i fidi all’imprenditore evitando una parte dei danni provocati a terzi. (ma.be.)

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