Montevideo (uruguay). «Ho un domani che è mio e un domani che è di tutti. Il mio termina domani, però sopravvive l’altro» scrisse Mario Benedetti, uno dei più conosciuti poeti e scrittori latinoamericani. Italiano di origine, nacque in Uruguay. Per quanto non sempre piaccia agli uruguaiani, gli argentini pensano l’Uruguay come a una propria provincia, tanta è la vicinanza tra i due paesi. Anche in Uruguay la popolazione è costituita da figli di immigrati. Una mattina, mentre sto facendo il bagno in mare alle sei del mattino, mi si avvicina un signore che, colpito dal mio accento italiano, inizia a raccontarmi la sua storia di migrazione dall’Italia. Si chiama Alfredo Negrín. Il 44% degli uruguaiani è di origine italiana ed è l’unico paese nel continente americano ad aver insegnato l’italiano nelle scuole per sessant’anni al pari dello spagnolo. Gli italiani arrivarono nel paese nell’Ottocento, per la maggior parte erano liguri, piemontesi e del Regno di Sardegna, ma l’emigrazione di massa fu nel secolo successivo, favorita dalla propaganda che coinvolse per la maggior parte italiani poveri e analfabeti. «La maggior parte degli italiani si trova a Montevideo», spiega Alfiero Vivaldelli Bresciani, che incontro nella capitale uruguaiana. È nato a Riva del Garda, spiega con orgoglio, vicino alla cascata del Varone. La miseria condizionò tutta la sua infanzia: «Se volevamo mangiare dovevamo andare a rubare pesche, uva e fichi. Non ci chiedevamo “cosa” mangiare, ma “come” e “quando”. La sera non si giocava perché a stancarci ci veniva fame. Non ho avuto una giovinezza, sono cresciuto vecchio». Dopo la guerra il padre di Alfiero lavora nelle miniere di carbone in Belgio. Un mestiere pericoloso, e così quando uno zio che si era spostato in Uruguay si fece sentire, non esitò a raggiungerlo. Era il 1949: «Noi bambini non avevamo voce in capitolo e lo zio ci aveva pagato il viaggio, quindi dovemmo partire».

Alfiero descrive la partenza come una vera e propria fuga. La madre dovette fingersi malata per permettere al marito di rientrare dal Belgio: «Per arrivare a Genova ci nascondemmo in un camion che trasportava merci e animali. Io mi appesi a delle ringhiere durante tutto il viaggio». Prima di partire, uno sguardo alle montagne trentine e poco tempo dopo l’emozione di salire sulla nave. Ventitré giorni di viaggio che per Alfiero eil padre si rivelarono molto duri a causa del mal di mare. «Gente che parlava dialetti che non conoscevo, altri gridavano e poi ovunque c’erano sporcizia e cattivi odori». Quando arrivò in Uruguay, la famiglia Vivaldelli Bresciani non aveva niente. «Nessuno ci accolse. Dovetti fare due anni in più di scuola per le difficoltà linguistiche, poi andai a lavorare. Lavoravo in una ditta tedesca di giorno e la sera come addetto alle pulizie nell’officina di un trentino». Alfiero lavorava quattordici ore al giorno. Ventiquattro anni dopo, nel 1973, Alfiero poté permettersi per la prima volta di tornare in Italia. «Ci andai con mia moglie, i nonni erano morti, ma a vedere la mia casa mi venne la pelle d’oca: tutto era rimasto uguale». Da allora Alfiero coltiva i legami con il suo Trentino. «Ho partecipato all’ultima adunata degli Alpini a Trento e ho ospitato molti trentini qui in Argentina, anche se dall’altra parte devo dire che ho avvertito più freddezza».

Ricominciare da zero

Se vuoi passare una vacanza romantica in Uruguay, la città di Colonia è una delle più indicate per il centro storico dichiarato patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Si affaccia sulla costa del Rio de la Plata ed è la città più antica del paese: fondata del XVII secolo, passò continuamente di mano tra le corone di Spagna e Portogallo. Il centro storico è magico, fitto di strade di pietra, macchine d’epoca e locali di artigianato. La notte, le luci dei lampioni si tingono di giallo e il porto ospita piccole barche dove la gente trascorre la serata mangiando e bevendo in compagnia.

Qui incontro un’altra famiglia partita tutta insieme, la famiglia Miorielli, originaria di Arco e composta da cinque fratelli di cui oggi vivono in tre: Adriana, Alessandro ed Enrico.

Alessandro ricorda bene gli anni della guerra in Italia. «Gli aerei passavano e bruciavano i camion. Un giorno uccisero undici persone che si diceva fossero spie. Terminata la guerra iniziammo a vivere nella miseria perché di lavoro ce n’era poco e nemmeno un buon calzolaio come nostro padre guadagnava bene». Adriana, la maggiore dei fratelli, è una donna dal carattere molto forte e all’epoca della guerra aveva 18 anni. «Ce ne andammo per la paura di un’altra guerra e partimmo tutti insieme quando riuscimmo ad avere il contatto di una famiglia trentina d’Oltreoceano, la famiglia Maffei». La famiglia lasciò Genova il 12 agosto del 1948 sulla barca Santa Cruz. «Il fatto che partimmo tutti uniti fu ciò che più ci aiutò durante il viaggio e la permanenza in Uruguay». Non fu infatti facile: al loro arrivo mancavano l’acqua e la luce elettrica: «Sembrava di esserci trasferiti da una miseria all’altra, ma la casa in Italia ormai l’avevamo venduta. Con noi era rimasto solo un baule con i vestiti e una bicicletta».

Con l’aiuto della famiglia Maffei, la famiglia Miorielli comprò un campo e iniziò a lavorare nell’agricoltura. Rimasero uniti finché ognuno non fu nelle condizioni di riuscire a prendere la propria strada. A continuare il lavoro nel campo, oggi, è Enrico con una decina di impiegati e una serie di macchine agricole importate dal Nordamerica. «Questo è il risultato di anni di sacrificio ed è una soddisfazione immensa» afferma mentre mostra i suoi terreni, dove la famiglia ogni settimana si riunisce per pranzare insieme. Soddisfazioni che sono condivise da tutti. «I nostri parenti in Italia non hanno fatto niente più di noi, con la differenza che noi abbiamo iniziato da zero» affermano. Adriana afferma che migrare non è facile e, quando sente dei migranti che oggi rischiano la vita per raggiungere posti più sicuri dove vivere, afferma: «A me viene da dire che se stai anche un po’ bene nel tuo paese, è meglio starci. Devi essere molto convinto prima di iniziare una migrazione. Perché è una sofferenza continua e l’unico modo per sopravvivere è essere umile, darti da fare e dare sempre una buona immagine di te, senza mai abbassare la guardia». Sono diverse le famiglie in Uruguay e in Argentina che hanno vissuto come un trauma lo spostamento dal proprio paese di origine: traumi che, mi spiegano loro stesse, si ripercuotono spesso nelle generazioni successive. Gli studi la chiamano “sindrome di Ulisse”: tristezza e pianto, depressione, pensieri negativi e di morte o ossessivi sui propri problemi e sulle sconfitte, ansia, irritabilità, problemi somatici o sintomi confusionali come perdita di memoria. «Nella migrazione le donne tendono a soffrire di più» mi confessa Adriana.

Oggi la famiglia Miorielli d’inverno mantiene la ricetta tradizionale dei canederli trentini. Il primo a tornare in Italia fu Giacomo, oggi deceduto: «Erano passati trentotto anni, ma c’erano ancora degli zii» raccontano i fratelli. Ai loro occhi l’Italia di oggi è bella ma anche cambiata molto: «Lì si trovano le nostre origini e non le rinnegheremo mai, ma è vero che si è un po’ persa la cultura del conoscersi. Un uruguaiano di origine italiana, gli italiani di oggi sono capaci di guardarlo male».