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BOLZANO. Dal primo settembre, dopo 28 anni di servizio, all’ospedale San Maurizio non ci sarà più la figura del sacerdote: va in pensione fra Markus Kerschbaumer, 66 anni originario di Velturno, che da anni ormai vive nel convento dei cappuccini di Egna. Al suo posto verrà assunto - in base ad una legge provinciale del ’93 - un laico che andrà a completare un team fatto ormai esclusivamente da laici che curano l’assistenza pastorale. L’amministrazione dei sacramenti viene invece affidata a due sacerdoti indiani della Congregazione dei figli dell'immacolata concezione che da un paio d’anni prestano servizio nel quartiere Don Bosco.
Quando è arrivato al San Maurizio il primo settembre del 1987 quanti eravate?
«Eravamo tre cappuccini. Negli ospedali altoatesini siamo sempre stati noi a curare questo servizio. Il primo al San Maurizio è stato fra Paul Pizzinini che è rimasto dal 1947 al ’61».
Crollano le vocazioni, effetto di una società che formalmente è ancora in gran parte cattolica ma che è sempre più distante dalla Chiesa: in questo contesto ha ancora senso la figura di un sacerdote o, come nel suo caso, di un frate in ospedale?
«Sì, perché la malattia fa cambiare la scaletta delle priorità. Quindi anche chi ha una posizione critica o magari si è allontanato dalla Chiesa, comincia a guardare le cose della vita da una prospettiva diversa e a interrogarsi su certi temi. Io poi sono stato aiutato moltissimo dal fatto di essere frate, ovvero di indossare saio e sandali: questo mi ha reso più facile l’approccio anche con chi non crede, oltre che con chi pratica altre religioni».
Com’è cambiata, oltre che dal punto di vista numerico, la vostra presenza in ospedale?
«Si dà più importanza all’incontro con le persone, ovvero al prendersi tempo per parlare con i malati, che lo desiderano ovviamente, e con i loro familiari. Poi, se una volta si passava tutti i giorni nelle stanze con la comunione, oggi si passa solo una volta alla settimana. Qualcuno si lamenta, ma va bene così. A mio avviso è stato anche molto positivo che l’estrema unzione sia stata sostituita dal sacramento degli infermi che viene somministrato quando il malato lo desidera e quando è lucido, mentre l’estrema unzione veniva data anche una-due ore dopo la morte».
E i malati come sono cambiati?
«Le paure, le angosce, i dubbi sono quelli che turbano le notti di tutti coloro che si trovano qui dentro. Le certezze che si avevano quando si era fuori, vengono meno. Da questo punto di vista è cambiato poco. E lo stesso discorso vale con i familiari che, oggi come in passato, cercano a volte disperatamente di nascondere la verità al malato. Ottengono l’effetto esattamente contrario e questo lo capiamo quando ci fermiamo, da soli, a parlare con la persona che sa perfettamente che il tempo a suo disposizione sta per scadere».
In che misura la religione può aiutare ad accettare la malattia e la morte?
«La religione cristiana aiuta a vedere e accettare la realtà della vita che è fatta di gioie e dolori. Solo così si trova la forza di andare avanti e quella serenità necessaria per superare anche i momenti peggiori».
Adesso che va in pensione cosa farà?
«Ci sono sempre meno sacerdoti e quindi il lavoro non mi mancherà di certo. E poi io mi sono sempre dedicato alla cura dell’orto del convento come terapia per liberare la mente da tutti i pensieri: è più efficace di qualsiasi medicina».
Nel convento dei Cappuccini di Egna oggi quanti siete?
«In due più una suora, ma nei prossimi giorni cambia tutto. Se ne vanno la suora e l’altro frate; al loro posto arriveranno un frate originario della Val Casies, che assumerà il ruolo di superiore, e un altro, polacco».
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