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BOLZANO. «Sette metri di fango e terriccio, peggio della Liguria in questi giorni. Lavorammo di pala e piccone 48 ore di fila, senza dormire, anche di notte, alla luce delle fotocellule del Genio. Trovammo morti, veramente tanti. Donne e pure bimbi. Almeno non c'era sangue: slavato dalla furia dell'acqua precipitata a valle dalla diga. A Longarone si scavava sotto lo sguardo allucinato dei parenti, tanti, emigrati in Svizzera, Belgio, e tornati per cercare una sorella, un padre, una casa. Non c'era più niente. E loro, bianchi in volto, ammutoliti, tremavano. Non sapevano cosa fare, dove andare. Niente ci fece più impressione di loro».
Sono trascorsi quasi cinquant'anni, da quell'autunno del 1963, ma il geniere alpino Olivetti Giorgio, primo scaglione del 1942, non ha mica scordato nulla. La tragedia del Vajont, e la morte di duemila innocenti, gli scorrono ancora davanti agli occhi. Oggi, dopo tre decenni a lavorare come tecnico dell'Enel su e giù per l'Alto Adige, è in pensione.
Allora, dal marzo 1963 al giugno 1964, faceva la naia nel Genio alpini, alla caserma di Bressanone. Prima il Car a Montorio Veronese; l'ultimo scaglione, il suo, prima che il Car fosse trasferito in quel di Cuneo. Poi il corso genieri a Roma, due mesi con le guardie all'Altare della patria e l'orgoglio di essere fra i pochissimi a passeggiare per le vie dell'Urbe, in libera uscita, col cappello da alpino. (Il cappello, per inciso, Giorgio Olivetti non ce l'ha più. Lo ha donato a suo fratello, emigrato in Australia, il quale lo conserva gelosamente in ricordo della lontana patria).
A seguire ci fu il campo estivo a Garigliano, luogo dello sbarco alleato di Anzio. Infine Bressanone: e via a costruire ponti Bailey, teleferiche, campi minati. «La tragedia avvenne la sera del 9 ottobre, quando a Longarone erano tutti in casa; noi, a Bressanone, fummo allertati tre o quattro ore dopo, in piena notte. Impiegammo qualche ora a preparare i camion, caricandoli del necessario. Pale e picconi, eccetera. I camion pesanti per i Bailey, lenti, arrivarono giù dopo tre giorni».
I primi giorni, Olivetti e commilitoni scavarono, anche con le mani, nel fango. «Trovammo anche due casseforti delle banche. Abbiamo dovuto fargli la guardia di notte. Il giorno dopo sono venuti da Belluno i responsabili e hanno provato ad aprirle con le chiavi, ma erano tutte sconquassate per le botte che avevano preso. Alla fine se le portarono via». E ancora scavare, scavare. Con picco, badile e leve. «Non si capiva niente. In mezzo solo un rigagnolo di acqua. Ci misero lì, duecento alpini, alla luce delle fotoelettriche del genio».
Sotto al fango, i cadaveri. Ma pure sopra. «Ne ricordo due. Un bambino, quasi tutto blu: ematomi per via delle botte. Era in cima a un ramo secco, un albero al rovescio». E una donna. «Dal fango sporgeva solo il busto. Scavammo con cautela tutto attorno, piano piano per estrarre il resto del corpo. Ma non c'era...». Aveva 21 anni, Olivetti, a Longarone. «Certe cose non le scordi». Dopo i primi tre giorni, nel fondovalle i genieri si occuparono di gettare ponti Bailey sul Longarone, per permettere di raggiungere l'altro lato della valle, rimasto isolato. «I primi giorni, acqua ce n'era poca, poi ricominciò a scorrere più abbondante. I ponti servivano».
A casa, Olivetti conserva ancora un diploma sui generis. In filigrana una foto degli alpini mentre scavano. In calce la firma dell'allora ministro della Difesa, Giulio Andreotti. In cima sta scritto: "Al geniere alpino Olivetti Giorgio". Poi prosegue: «Quando una immane sciagura si era abbattuta sulle popolazioni del Cadore, i militari accorsero a portare l'aiuto che essi soli, in quelle circostanze, potevano dare. Prodigandosi in comunione di dolore oltre i limiti del dovere, rintracciarono e composero i morti, riaprirono le strade, gettarono i ponti, donarono ai superstiti il conforto di una assistenza fraterna, fiorita d'amore.
Mentre i morti raggiungevano la pace, coloro che erano rimasti ritrovavano la speranza, perché sentivano che, attraverso i suoi figli alle armi, tutto il popolo italiano era presente con la decisa volontà di aiutarli a riprendere il cammino». Retorica? Forse. Ma si legga anche ciò che scrissero a Olivetti i superstiti: «Siate benedetti voi che ci soccorreste nella tribulazione e ci infondeste coraggio quando ci stringeva il terrore e cercaste e seppelliste i nostri morti e foste i nostri fratelli quando tutto era crollato attorno a noi».
Sono trascorsi quasi cinquant'anni, da quell'autunno del 1963, ma il geniere alpino Olivetti Giorgio, primo scaglione del 1942, non ha mica scordato nulla. La tragedia del Vajont, e la morte di duemila innocenti, gli scorrono ancora davanti agli occhi. Oggi, dopo tre decenni a lavorare come tecnico dell'Enel su e giù per l'Alto Adige, è in pensione.
Allora, dal marzo 1963 al giugno 1964, faceva la naia nel Genio alpini, alla caserma di Bressanone. Prima il Car a Montorio Veronese; l'ultimo scaglione, il suo, prima che il Car fosse trasferito in quel di Cuneo. Poi il corso genieri a Roma, due mesi con le guardie all'Altare della patria e l'orgoglio di essere fra i pochissimi a passeggiare per le vie dell'Urbe, in libera uscita, col cappello da alpino. (Il cappello, per inciso, Giorgio Olivetti non ce l'ha più. Lo ha donato a suo fratello, emigrato in Australia, il quale lo conserva gelosamente in ricordo della lontana patria).
A seguire ci fu il campo estivo a Garigliano, luogo dello sbarco alleato di Anzio. Infine Bressanone: e via a costruire ponti Bailey, teleferiche, campi minati. «La tragedia avvenne la sera del 9 ottobre, quando a Longarone erano tutti in casa; noi, a Bressanone, fummo allertati tre o quattro ore dopo, in piena notte. Impiegammo qualche ora a preparare i camion, caricandoli del necessario. Pale e picconi, eccetera. I camion pesanti per i Bailey, lenti, arrivarono giù dopo tre giorni».
I primi giorni, Olivetti e commilitoni scavarono, anche con le mani, nel fango. «Trovammo anche due casseforti delle banche. Abbiamo dovuto fargli la guardia di notte. Il giorno dopo sono venuti da Belluno i responsabili e hanno provato ad aprirle con le chiavi, ma erano tutte sconquassate per le botte che avevano preso. Alla fine se le portarono via». E ancora scavare, scavare. Con picco, badile e leve. «Non si capiva niente. In mezzo solo un rigagnolo di acqua. Ci misero lì, duecento alpini, alla luce delle fotoelettriche del genio».
Sotto al fango, i cadaveri. Ma pure sopra. «Ne ricordo due. Un bambino, quasi tutto blu: ematomi per via delle botte. Era in cima a un ramo secco, un albero al rovescio». E una donna. «Dal fango sporgeva solo il busto. Scavammo con cautela tutto attorno, piano piano per estrarre il resto del corpo. Ma non c'era...». Aveva 21 anni, Olivetti, a Longarone. «Certe cose non le scordi». Dopo i primi tre giorni, nel fondovalle i genieri si occuparono di gettare ponti Bailey sul Longarone, per permettere di raggiungere l'altro lato della valle, rimasto isolato. «I primi giorni, acqua ce n'era poca, poi ricominciò a scorrere più abbondante. I ponti servivano».
A casa, Olivetti conserva ancora un diploma sui generis. In filigrana una foto degli alpini mentre scavano. In calce la firma dell'allora ministro della Difesa, Giulio Andreotti. In cima sta scritto: "Al geniere alpino Olivetti Giorgio". Poi prosegue: «Quando una immane sciagura si era abbattuta sulle popolazioni del Cadore, i militari accorsero a portare l'aiuto che essi soli, in quelle circostanze, potevano dare. Prodigandosi in comunione di dolore oltre i limiti del dovere, rintracciarono e composero i morti, riaprirono le strade, gettarono i ponti, donarono ai superstiti il conforto di una assistenza fraterna, fiorita d'amore.
Mentre i morti raggiungevano la pace, coloro che erano rimasti ritrovavano la speranza, perché sentivano che, attraverso i suoi figli alle armi, tutto il popolo italiano era presente con la decisa volontà di aiutarli a riprendere il cammino». Retorica? Forse. Ma si legga anche ciò che scrissero a Olivetti i superstiti: «Siate benedetti voi che ci soccorreste nella tribulazione e ci infondeste coraggio quando ci stringeva il terrore e cercaste e seppelliste i nostri morti e foste i nostri fratelli quando tutto era crollato attorno a noi».
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