BOLZANO
"Quella morte sui binari ci ha aperto la porta su un mondo dentro al quale stentiamo ad orizzontarci". Quale mondo, direttore? "Gli invisibili. Uomini e donne in cammino, che scelgono di muoversi verso mete che non ci raccontano. Ora la tragedia ce li ha resi visibili". Paolo Valente, che guida la Caritas diocesana, sceglie di porsi, dopo il dramma del giovane ucciso dal treno, dalla parte di chi prova a farsi nuove domande e non basarsi sempre sulle stesse risposte.. Chi sono gli invisibili?

"Sono persone, innanzitutto. Ma che si muovono spesso da soli sulle rotte italiane ed europee. E costituiscono un fenomeno nuovo a cui spesso l'accoglienza, intesa come sistema, fa fatica a rapportarsi. Ma nel prossimo periodo saranno sempre di più".

Sono soprattutto irregolari?

"Non è detto. Certo, chi prova a sfuggire ai controlli è a volte chi non ha speranza di ottenere i permessi di soggiorno. Ma anche nel caso specifico di Bolzano e più in generale , gli "invisibili" sono anche individui che avrebbero la possibilità di regolarizzarsi o sono in attesa di risposta da parte delle autorità. E dunque si trovano ancora in una situazione, per così dire, di legittimità".

E' una umanità che non si lascia inquadrare?

"Che stenta a intraprendere percorsi di integrazione, ad esempio. Che teme di non potersi poi muovere verso altre mete".

Che vuole essere libera alla fine...

"Appunto. E questo è un sentimento difficilmente inquadrabile. E dunque pone degli interrogativi anche in chi ha esperienza di accoglienza nei centri o negli uffici. Chi sta in prima linea a volte prova a rapportarsi con loro ma spesso rischia di non riuscirci".

Cosa serve allora?

"Una risposta diversificata. A volte quello che induce queste persone a muoversi sono cause che sfuggono alla nostra comprensione. Si tratta di una umanità che non si lascia inquadrare. E questo è un tema. Ma anche che potrebbe essere capita. Se solo..."

Se solo le si potesse ascoltare meglio, vuol dire?

"Appunto. La diversificazione delle risposte di accoglienza magari potrebbe essere più elastica, adattarsi alle situazione, provare a diventare meno legata al sistema di norme e di esperienze maturate sul campo. Capisco che è difficile e anch'io non ho la ricetta per ogni situazione. Ma evidentemente per quel povero profugo qualcosa non ha funzionato".

Da che parte si potrebbe cominciare?

"Magari dal non aspettarsi più che, dando certe risposte, poi loro si comportino tutti come noi vorremmo che facessero. Avere occhio. In una parola ascoltare di più gli individui. Non tanto i gruppi".

Per arrivare a capire che cosa?

"Che esiste il desiderio di libertà. Che non vuol dire voler infrangere la legge. E che agganciata alla libertà esiste la dignità della persona. Ecco, se mettiamo in testa alle nostre priorità anche la libertà dei singoli e la dignità delle loro scelte, anche al di fuori del sistema, possiamo iniziare a capire qualcosa anche degli invisibili".

Abbiamo, tutti noi qui, colpe specifiche?

"Forse non specifiche. Ma colpe sì. Ad esempio: se siamo tutti preoccupati, anche tanti che lavorano nell'accoglienza, ad accogliere ma non troppo... Così, magari non ne vengono tanti da noi e non si fermano... ecco, se sotto sotto la pensiamo così ecco che allora ci allontaniamo dall'uomo, come individuo, e dalla sua libertà. Dobbiamo invertire le priorità del nostro approccio". (p.ca.)

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