BOLZANO. Omicidio volontario pluriaggravato. Da 23 anni nelle aule di giustizia di Bolzano non veniva pronunciata in sentenza la parola ergastolo. L’ultima volta era accaduto per il caso di Thomas Goller, un rapinatore della banda Leitner che tese un’agguato alla ex moglie Monica Mor per freddarla in auto a colpi di pistola sulla strada per Elvas nei pressi di Bressanone. Ieri la corte d’assise di Bolzano ha inflitto il massimo della pena a Jana Surkalova, la donna di 45 anni domiciliata a Hrusky nella Repubblica Ceca, accusata di aver assassinato in Alto Adige il marito Josef Surkala di 48 anni, bracciante agricolo presso la ditta Alois De Franceschi di Laives. L’inchiesta ha appurato che si trattò di una esecuzione studiata a tavolino nei minimi particolari dalla moglie che prima di agire aveva verificato in internet gli effetti letali del metanolo, sostanza inodore ed incolore che una volta ingerita in quantitativi rilevanti non lascia alcuna possibilità di salvezza. E’ uno dei veleni più subdoli e micidiali. La dose che Josef Surkala aveva in corpo, quando venne ricoverato in ospedale ormai in stato di coma, era tale da rendere superfluo qualsiasi tentativo di strapparlo alla morte. Nel sangue aveva 190 milligrammi di metanolo per decilitro di sangue e nelle urine 295 milligrammi. Dosi da cavallo che non potevano lasciargli scampo. Lo sapeva perfettamente anche l’imputata che la mattina del 13 dicembre 2013, quando il marito era ancora in vita in un letto del reparto di rianimazione del San Maurizio, inviò un sms all’agente delle Assicurazioni Generali di Praga chiedendo di poter utilizzare una polizza per il trasporto rapido della salma del marito in patria. Non solo. Successivamente la donna, assieme ad un conoscente, decise di non restare al capezzale del marito ma di mettersi in viaggio per tornare a casa (con la scusa di andare a prendere i figli) comunicando agli inquirenti che intendeva subito far cremare la salma a decesso avvenuto. Non c’è alcun frangente, in tutta questa complessa vicenda, in cui l’imputata abbia dimostrato disperazione o prostrazione per quanto stava accadendo al marito. E ieri il procuratore Bramante ha avuto gioco facile nel ricordare che negli ultimi tre mesi del 2013 Jana Surkalova fece visita al marito a Laives tre volte e in tutte e tre le occasioni accusò gravi malesseri con sintomi sempre simili: problemi di stomaco, instabilità, stato confusionale, pallore e occhi gialli. Nella requisitoria (durata circa due ore) il procuratore Bramante ha ricostruito tassello dopo tassello tutta la vicenda, non tralasciando alcun particolare. Un’impostazione vincente in un processo tipicamente indiziario. In assenza di prove evidenti era l’unica strada percorribile. La difesa dell’avvocato Boris Dubini di Como (che ha parlato meno di 10 minuti chiedendo l’assoluzione dell’imputata per insufficienza di prove) è stata surclassata proprio grazie alla verifica minuziosa degli indizi che alla fine sono risultati decisivi. Nel corso della requisitoria il Pm ha dimostrato che non aveva alcun fondamento l’eventuale ipotesi del suicidio, che la ditta De Franceschi non possedeva depositi di metanolo, che le analisi di laboratorio esclusero ben presto un errore industriale nella produzione delle bottiglia di vodka e “dry gin” portate dalla Repubblica Ceca. Ma l’inchiesta ha anche appurato che proprio l’imputata acquistò una tanica di metanolo pochi giorni prima di raggiungere il marito a Laives per l’ultima volta, che i rapporti tra i due erano molto tesi (al punto che l’uomo poche ore prima di essere avvelenato intimò alla donna di andarsene) e che nessun altro operaio agricolo (che la sera dell’11 dicembre 2013 partecipò ad una festa di fine stagione) risultò, compresa la moglie, intossicato da metanolo. Dimostrazione che qualcuno fece bere il micidiale veleno alla vittima la notte successiva (tra le 23 e le 6 del mattino). E quella notte Josef Surkala la trascorse con la moglie.

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