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BOLZANO. Oggi, vent’anni fa, moriva Alexander Langer. Aveva lasciato scritto: «Non siate tristi». Lui lo era. Una settimana prima aveva partecipato a Cannes ad una manifestazione che chiedeva l'intervento dell'Europa per fermare la pulizia etnica nei Balcani. Tornavano i fantasmi delle lingue tagliate e delle minoranze armate. I suoi fantasmi. Troppi per un uomo solo. Era il 1995 a Pian dei Giullari, sotto un albero di albicocche. Vent'anni. Tanti, pochi per capire cosa resta oggi di lui? Dice Edi Rabini: «Se fosse vivo sarebbe meno triste a vedere che diamo il suo premio ai ragazzi di Srebrenica. Alla loro rete antiviolenza. Cosa resta? Questo. Che la pace ha trovato una strada e la sua disperazione potrebbe trovare a sua volta pace». Rabini è l'anima della Fondazione Langer. E fa oggi un ragionamento molto langeriano: «In Alto Adige le sue battaglie erano contro il censimento e la proporzionale. Oggi nei luoghi della guerra dei Balcani, dopo aver studiato il modello Südtirol si sta arrivando ad una conclusione: che tenendo fissi quei due punti si ferma la convivenza. E allora anche in Kosovo, ad esempio, si cercano strade meno divisive». In sostanza, ecco il ragionamento degli eredi legittimi: il censimento e la proporz servono quando il sangue è caldo e va alla testa, sono utili per fissare le regole ma poi, a tenerli troppo a lungo, bloccano ogni possibile processo evolutivo. E il punto su cui agire è questo: meno diritti ai gruppi e più diritti all'individuo. Ecco il sogno di Langer che finalmente prende quota. Non ancora a Bolzano. Ma nei Balcani della sua disperazione. A ripensarci, in questi giorni postelettorali fatti di compromessi e di ricatti, di politica disposta a tutto, sembra altrettanto un sogno la sua scelta allora, maggio 1995: Langer che pur di non recedere dalla sua coerenza anticensimento etnico, rinuncia a diventare sindaco di Bolzano. «No, non mi dichiaro». Rabini è erede legittimo. Ma gli altri? «Non ne vedo- dice Uwe Staffler- e non per fare un torto ai Verdi di oggi. È semplicemente una questione di statura non di politica o di programmi. Lui era lui, Langer. Capace di scelte trasversali. Di non stare mai fermo dov'era. Di cercare anche posizioni conservatrici pur di individuare una strada. Di chiedere senza se e senza ma un intervento armato ad esempio». Uwe Staffler è stato vicino ad Alex negli ultimi anni. Tanto vicino. «Forse troppo - aggiunge- per poter raccontare quello che ho visto e sentito. Lo tengo per me. Anche perchè Langer, forse non a caso, ha lasciato tanti, tantissimi scritti ma non un libro vero, un'opera conclusa». Ma si stupisce Staffler che nessuno oggi prenda in mano le sue vere battaglie. Esorcizzi i suoi ultimi fantasmi. «Censimento e proporz sono rimasti lì dov'erano. Senza una riflessione. Senza chiedersi, come lui avrebbe fatto, se sia ancora necessario stare divisi per sopravvivere...». Perché? Lo siamo ancora? «Lo siamo. E ovunque. Abbiamo società sportive divise, club, associazioni, la montagna, la cultura. Persino gli assessorati sono italiani o tedeschi, non italiani e tedeschi. La società spaccata ancora in due nelle sue forme istituzionali». Altre vie? «Penso alla scuola- dice ancora Staffler - e mi sale la rabbia a vedere il governatore Rossi in Trentino aprire alla scuola trilingue e noi qui a nicchiare sull'articolo 19. Che pena». Ma non solo pena. Edi Rabini è pronto a partire per i Balcani. Un lungo tour tra le città della guerra, da Sarajevo a Srebrenica, nella Bosnia devastata allora, oggi in cerca della convivenza possibile. «E la speranza arriva anche dall'Alto Adige - dice - perchè a guardare quello che succede laggiù ci sono pure i funzionari dei nostri assessorati. Così che, dopo aver esportato il nostro modello, l'Alto Adige mi pare pronto anche a recepire la nuova sperimentazione che avviene lì. I tentativi di superare le divisioni istituzionalizzate per lingua ed etnia. E le tante reti sociali, le associazioni che , a differenza di quanto avviene a Bolzano in molti casi, agiscono insieme, mischiati, parlano più lingue, professano più religioni e cercano a fatica ma convinti nuovi percorsi alternativi".
Avrebbe tanti motivi per essere triste ancor'oggi Langer. Una politica senza sogni e neppure ideali, programmi che tendono al basso invece che all'alto, gabbie meno divisive ma ancora presenti negli statuti. Ma anche qualche speranza in più. Dai Balcani di una ricostruzione ancora contraddittoria ma in atto. E magari anche da Bolzano.
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