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BOLZANO. «Non hanno avuto il coraggio di dirmelo in faccia, ma il motivo per cui non mi hanno fatto entrare in quella discoteca, venerdì sera, è perché sono nero». Protagonista di questa brutta storia di razzismo è Jameleddine Ben Cheikh, 21 anni, studente tunisino con cittadinanza italiana che da 16 vive nel nostro Paese, più precisamente a Bergamo.
Due mesi fa si è trasferito in Alto Adige, a Campo Tures, e da lì fa la spola con Brunico, dove frequenta il primo anno della facoltà di management del turismo con l’obiettivo di diventare un giorno insegnante.
Mai nessun problema fino a venerdì quando, assieme ad un gruppetto di studenti universitari, ha deciso di trascorrere la serata in una discoteca pusterese (non mettiamo il nome del locale perché non siamo riusciti a contattare il titolare e ad avere la sua versione dei fatti, ndr) che, nel fine settimana, ha inaugurato la stagione autunno-inverno.
«Arrivati all’ingresso - racconta - abbiamo visto che era necessario avere la carta d’identità, l’amica che era con me l’aveva lasciata a casa e siamo tornati a Campo Tures a prenderla. Quindi ci siamo presentati all’entrata, ma quando è arrivato il mio turno mi sono sentito rispondere da due bodyguard che non potevo entrare. Stupito dalla risposta ho cercato di capire perché tutti gli altri - anche minorenni ai quali non è neppure stato chiesto il documento - venivano fatti entrare, mentre io dovevo restavo fuori. Mi hanno risposto che quello era l’ordine del capo».
A quel punto il giovane studente universitario la risposta se l’è data da solo: il colore della pelle.
«Purtroppo, non può esserci altra spiegazione - dice Jameleddine - perché era la prima volta che entravo in quel locale, non avevo bevuto, ero vestito come tutti gli altri ragazzi e avevo rispettato la coda. Ma era troppo imbarazzante anche per i due bodyguard dirmi quello che era il motivo vero della mia esclusione».
Dopo il rifiuto, lo studente se n’è tornato a casa e altrettanto ha fatto l’amica romana che era assieme a lui: inutile insistere, era già tutto fin troppo chiaro.
«Mi resta l’amarezza per quello che è successo: siamo nel 2016 e sinceramente non pensavo che in Alto Adige qualcuno potesse ancora venire discriminato per ragioni razziali. Finora non avevo mai avuto problemi. Se non una cosa curiosa che mi è capitata un giorno alla fermata dell’autobus. Una signora anziana, e questo forse giustifica il suo stupore, dopo avermi guardato mi ha detto: “Ma sa che non avevo mai visto da queste parti una persona con quel colore di pelle”».


