bolzano. Venticinque aprile chiusi in casa. Senza le cerimonie, senza la famiglia Longon, che tutti gli anni parte da Abano Terme per tornare a Bolzano a onorare Manlio Longon. Il 25 aprile di Mila Longon, l’unica figlia in vita, sarà a casa, con il marito Luciano Sirianni. «Ascolteremo Bella ciao davanti al tricolore, che è già appeso». Manlio Longon rinunciò alla sua vita di dirigente della Magnesio per diventare il partigiano «Angelo», tra i fondatori del Cln di Bolzano.

Tradito, catturato e torturato, fu assassinato dai nazisti nel palazzo del IV Corpo d’armata il 31 dicembre 1944. Un eroe borghese, cittadino onorario di Bolzano dal 16 ottobre 2017, che lasciò dietro di sé la moglie Wilma Mincato, vedova a 29 anni, e le figlie Leda, Loredana, Marcella e Mila.

Signora Mila, una festa della Liberazione celebrata nella assenza collettiva di libertà di movimento. Sarà meno ufficiale e magari più densa di significato?

Non lo stiamo pensando forse tutti? Nostro malgrado, stiamo provando la “resistenza” nella nostra quotidianità. La libertà che ci è stata restituita nel 1945 è come l’aria, che manca ai tanti poveri ammalati. E anche noi, per fortuna sani, con la nostra libertà ridotta, ne capiamo fino in fondo il significato. Tutti stanno imparando fino in fondo, adulti e ragazzi, cosa significa essere liberi e come i caratteri diversi reagiscono alle situazioni estreme.

Dopo il 1943 ci fu chi decise di prendere le armi, chi collaborò con fascisti e nazisti, chi restò indifferente. Suo padre era come tanti partigiani, un giovane uomo, con una famiglia, un buon lavoro.

Avevo tre anni quando è morto e non ricordo mio padre. L’ho conosciuto attraverso mia madre e la famiglia e anche, devo dirlo, attraverso Bolzano. La vostra città è stata generosa con mio padre da subito. Alla prima festa della liberazione nel 1945 venne affisso un cartello di cartone per ricordarlo. La targa c’è ancora e da allora corso Libertà ebbe questo nome. Anno dopo anno abbiamo accumulato memorie di mio padre, grazie alle persone che hanno donato la loro testimonianza. Bolzano ci ha fatto conoscere molte cose di Manlio Longon. Per me la figura di mio padre è sempre più bella, più splendente. Non c’è mai stata un’ombra su di lui. Grazie ai ricordi degli altri ho imparato che era un uomo che praticava anche in quegli anni bui un suo speciale “ragionato ottimismo”. Non era il momento di avere fiducia nel futuro, ma lui ci credeva. Credo che le persone lo abbiamo capito, per questo tanti operai lo seguirono nella lotta. E anche io voglio essere ottimista, spero che da questa tragedia usciremo migliorati.

Il Coronavirus ci insegna qualcosa?

Voglio pensare a qualcosa di bello, non mi arrendo ad avere negli occhi solo i camion militari che di notte portano lontano le bare. Credo che stiamo imparando qualcosa, ad esempio la parsimonia. La mia generazione l’aveva dimenticata, i più giovani non sanno nemmeno cosa sia. Invece stiamo vivendo con ciò che ci serve davvero, riflettendo su cosa acquistare. I ragazzi capiscono come usare la noia, loro che non avevamo mai abbastanza ore a disposizione. Alla fine non saranno solo vite rubate e lavoro perso. Qualcosa di buono resterà.

C’è chi dice che questa è la guerra della nostra generazione, la prova più difficile dopo il 1945.

La guerra è un’altra cosa. La maggior parte di noi è sottoposta solo al sacrificio di stare a casa. Poi ci sono gli ammalati, i morti, chi lavora in prima linea e chi non avrà più lavoro, ed è una prova inimmaginabile. Vorrei dire una cosa sui morti, soprattutto gli anziani. Non permettiamo che il loro bel ricordo venga rovinato dal virus. Conserviamoli nella memoria per ciò che hanno fatto, per i loro sorrisi alla finestra, non per l’agonia della malattia. Vorrei che questo fosse anche il senso del 25 aprile.

Quale?

Tenere a mente che ci tiene insieme il medesimo ideale di libertà. Ricordare chi non c’è più per quello che è stato, glorie e imperfezioni. Bei visi, non uomini e donne torturati. Mia madre ci ha abituato a non piangere sulle persone e non coltivare il lutto. Papà mancava sempre, a Natale c’era il suo posto apparecchiato a tavola, ma siamo cresciute sapendo che bisogna andare avanti. Con fiducia nel futuro, come voleva papà. Viva la vita.

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