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BOLZANO. «Ho lavorato per anni nel mondo del business spaziando dalle telecomunicazioni alla chimica, all'alta moda con il marchio Ettore Bugatti. Poi, alla fine degli anni Novanta, la decisione di cambiare completamente vita, passando dal profit alla strada». Claude Rotelli, 63 anni, persona schiva, è presidente della Volontarius, una specie di holding del sociale con diversi rami d'azienda: si va dall'assistenza a profughi, extracomunitari, senzatetto, prostitute, alla raccolta di alimenti da distribuire ai poveri fino ai progetti di sensibilizzazione nelle scuole attraverso l'arte e la pet teraphy per chi ha problemi di autismo. L'associazione gestisce fondi e contributi per oltre due milioni e mezzo di euro, ha 60 dipendenti e un centinaio di volontari. Da quest'anno Rotelli è presidente anche di Confcooperative che conta 13 mila soci e presidente del consiglio parrocchiale di Firmian.
Settori diversi, ma sempre alla presidenza.
«Mi piace l’idea di poter essere utile, mettendo la mia esperienza al servizio degli altri».
Non sarà che per caso ha intenzione di scendere in politica alle comunali di primavera: il sociale è sempre stato un ottimo trampolino di lancio oltre che un buon serbatoio di voti.
«Non ci penso minimamente».
Come si passa dal business agli “ultimi”?
«Nel mio caso è stata una scelta di vita».
C’è sempre una scintilla.
«Diciamo che ho incontrato Dio».
Come nasce alla fine degli anni Novanta l’idea di fondare Volontarius, in fondo c’erano già Caritas e San Vincenzo?
«Da un incontro casuale in strada con due ragazzi che avevano bisogno di aiuto. Avevo già una certa sensibilità per questi problemi visto che ho lavorato sette anni all’associazione La Strada. Volontarius nasce quindi dalla necessità di dare una mano agli “invisibili” che vivono in strada».
Poi però sono arrivati i profughi, gli extracomunitari, le prostitute.
«Operando sulla strada, all’inizio, abbiamo incontrato i profughi. Cosa dovevamo fare, girarci dall’altra parte? Ci siamo occupati di adulti ma anche di minori: un giorno ci siamo trovati con una trentina di profughi-ragazzini di cui mi ero assunto la tutela. Oggi gestiamo la struttura realizzata presso l’ex caserma Gorio».
Qual è in questo momento la principale emergenza?
«La povertà. Ma non è un’emergenza, è una situazione permanente, destinata a peggiorare se non si riesce a lavorare a livello culturale, di relazioni tra le persone: quelle che una volta c’erano e oggi non ci sono più».
Le dimensioni della povertà?
«Preoccupanti. Tutte le sere, alternandoci con la San Vincenzo, distribuiamo una novantina di pasti a chi vive in strada. A queste si aggiungono le 340 famiglie a cui forniamo regolarmente cibo, ma la nostra è solo una piccola parte, perché ci sono anche altre associazioni che fanno un’attività analoga. Inoltre c’è l’iniziativa “Cacciatori di briciole”: tra panini e brioche ne abbiamo raccolti 80 mila, presso una cinquantina di esercizi. In più, assieme alle altre associazioni, ci stiano organizzando per la raccolta presso le mense di cibi non consumati».
Le fasce più colpite dalle nuove forme di povertà?
«Bambini e anziani, ovvero quelli che non hanno voce o che hanno troppa dignità per andare a chiedere un aiuto. Ormai non basta più provvedere solo al cibo, dobbiamo pensare anche ad organizzare una farmacia e un ambulatorio per i poveri che non possono più permettersi di curarsi».


