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di Gigi Bortoli
Domani 5 luglio, alle 17, a Castel Tirolo, organizzate dal Museo storico provinciale, saranno inaugurate due mostre dedicate alla presenza degli ebrei nel Tirolo meridionale tra 1800 e 1900. Una, “Zachor - Ebrei nel Tirolo meridionale tra Otto e Novecento”, curatori Federico Steinhaus e Rosanna Pruccoli, affronterà la complessità del tema sia sul piano culturale che storico; con “Hai visto le mie Alpi? Una storia d’amore ebraica”, curata da Hanno Loewy, direttore dello Jüdisches Museum Hohenems, e Gerhard Milchram, l’attenzione si focalizzerà invece sul tema dell’alpinismo.
«Se per le altre minoranze religiose - sottolineano Steinhaus e Pruccoli - la formazione di una Comunità era dipesa essenzialmente dal cospicuo flusso turistico e dalle esigenze di una permanenza prolungata in città, la genesi dell’insediamento ebraico aveva avuto tempi, motivazioni e cause differenti».
Spinti dalla necessità di espansione imprenditoriale molti ebrei di Hohenems, nel Vorarlberg, avevano chiesto ed ottenuto di potersi trasferire nel Tirolo Meridionale. I primi a stabilirsi a Merano nel 1832, quando ancora la città non aveva scoperto la propria vocazione turistica, furono i fratelli Daniel, Jacob e Moritz Biedermann. Essi iniziarono la loro attività lavorativa aprendo un negozio di coltelleria e generi misti nell’edificio della locanda “Zur Rose” dove avevano sede anche le poste, l’attuale Palais Esplanade. Nel 1836, fondarono il primo ufficio di cambiavalute che, in capo a pochi anni, si ampliò fino a divenire uno dei più rispettabili e noti istituti bancari della provincia con sede in “Sandplatz 7”.
A partire dalla seconda metà dell'Ottocento numerosi medici e imprenditori di fede ebraica vennero a stabilirsi a Merano, infoltendo il piccolo gruppo preesistente e dando notevole impulso allo sviluppo turistico in fieri. Essi costruirono infatti hotel e strutture d'accoglienza per un turismo ebraico d’elite proveniente da tutta Europa e dalla Russia. Contribuendo così ad ampliare sempre più la nomea di centro climatico che la città stava costruendosi. Il 27 marzo del 1901 fu inaugurata la sinagoga di via Schiller. Alla cerimonia presenziarono le autorità e un folto pubblico. Il cronista del “Meraner Zeitung,” presente alla cerimonia, ne diede una lunga, dettagliata ed entusiastica descrizione. Fu lo studio di architettura Musch e Lun, il più importante in città, a costruire l’edificio sotto la guida attenta dei membri della Comunità ebraica che ne indicarono le esigenze precipue.
Anche il numero degli imprenditori, dei commercianti, degli artigiani, dei fotografi, dei medici ebrei che si trasferirono in città continuava ad aumentare. Nel 1899 ad esempio apriva i battenti il negozio del fotografo Samuel David Wassermann.
La famiglia Stützel aprì in via delle Corse un negozio di confezioni da donna, vi vendevano abiti di gran moda. Ben quattro negozi invece, tre situati sotto i Portici ed uno sulla Passeggiata d’Inverno, accontentavano una clientela prettamente maschile. Sulla scia degli imprenditori e dei turisti di cura anche scrittori, intellettuali e scienziati ebrei fecero di Merano la meta della loro villeggiatura: fra loro Paul Heyse, Franz Kafka, Arthur Schnitzler, Stefan Zweig, Chaim Weizmann. La mostra seguirà anche i destini dei cittadini ebrei attraverso la Prima guerra mondiale, il periodo fascista, le persecuzioni, la Shoah.
Non sarà dimenticato il mesto rientro dei sopravvissuti - non meranesi - ai campi di sterminio e convogliati in città dagli uomini della Brichà. E diretti in Eretz Israel. In esposizione saranno visibili oggetti rituali, fotografie, dipinti, documenti.
L’altra mostra, “Hai visto le mie Alpi? Una storia d’amore ebraica”, che si avvale della collaborazione con lo “Jüdisches Museum” di Hohenems, lo “Jüdisches Museum” di Vienna, l’«Österreichischer Alpenverein» e con il “Kunstmuseum Liechtenstein”, intende avvicinare il pubblico per la prima volta all’importanza di diverse personalità ebraiche come alpinisti e artisti, pionieri del turismo e intellettuali, ricercatori e collezionisti, e al loro ruolo nella scoperta e nell’esplorazione delle Alpi come eredità universale, sia in ambito culturale che naturalistico.
La percezione della montagna quale luogo di esperienza spirituale e sensoriale è collegata sotto diversi aspetti all’esperienza ebraica e all’entrata degli ebrei stessi nella società borghese europea. Fin dai tempi di Mosè, il primo “alpinista” della storia, gli ebrei hanno cercato, al confine tra cielo e terra, l’unione tra lo spirito e la natura - e le leggi e i limiti della ragione.
La mostra si articola in sette tematiche e racconta l’alpinismo in un crescendo di tensione: dall’importanza delle Alpi nella diaspora ebraica fino alla percezione dell’alpinismo ebraico nelle società austriaca, tedesca e svizzera, dalla disputa sui costumi fino all’arianizzazione delle associazioni alpina e sciistica austriache, dal conflitto tra la percezione umanistica delle tradizioni e del folclore alpini fino al crescente nazionalismo a carattere razzista, dalla trasformazione della montagna come luogo di esperienza spirituale in un luogo teatro di persecuzioni e fughe dal nazionalsocialismo. «Le Alpi non sono più il “campo da gioco d’Europa”, ma un campo di esercitazioni belliche, il grandioso palcoscenico della natura è un istituto militare, senza alcuna accezione morale», così scrisse nel 1936 Josef Braunstein, lo scalatore e musicista viennese. Ed egli non aveva davanti agli occhi solo la “battaglia” per la conquista della parete nord dell’Eiger.
Dalle ricerche storiche emerge che all’indomani della Prima guerra mondiale il territorio altoatesino fu percorso da una veemente forma di antisemitismo. Non ci furono fatti di sangue ma una propaganda denigratoria di stampo cattolico che esacerbava gli animi. Le teorie antigiudaiche venivano veicolate dalle associazioni sportive, come ad esempio l’Alpenverein, e da quelle studentesche, con l’introduzione, a partire dal 1921, addirittura dell’ Arierparagraph, ossia una clausola che impediva agli ebrei di iscriversi e far parte dell’associazione. Anche il Trentino non rimase indenne da tali manifestazioni antiebraiche. Di contro il fascismo, da poco al potere, si palesava sostenitore del Sionismo e amico del mondo ebraico.
Il censimento della popolazione del 1931 mise in luce una presenza ebraica a Merano di 1293 ebrei. Nel 1933 su richiesta ebraica Mussolini autorizzò l’immigrazione in Italia di ebrei tedeschi, offrendo così un’illusione di rifugio a quanti fuggivano dal nazismo. La Comunità si unì a tutte le comunità italiane in questo sforzo ed ospitò a sua volta i profughi. Contemporaneamente però una sempre più intensa propaganda discriminatoria sfociò nel censimento degli ebrei italiani e nell’emanazione delle Leggi razziali.
Degli ebrei censiti a Merano nel 1938 risultarono essere solo 113 quelli di nazionalità italiana mentre la maggior parte possedevano cittadinanze straniere. Nel 1939 seguirono le espulsioni dal territorio altoatesino degli ebrei stranieri e di quelli cui il fascismo aveva revocato la cittadinanza. All’indomani della dichiarazione di armistizio annunciata dal Generale Pietro Badoglio, Himmler inviò in Alto Adige il Brigadenführer delle SS Karl Brunner. Egli attivò tutte le locali organizzazioni naziste e ordinò loro di arrestare tutti gli ebrei.
A Merano gli ebrei furono denunciati da vicini, conoscenti, concorrenti, ed arrestati dagli uomini della Gestapo e della SOD, condotti poi nei sotterranei dell’allora “Casa del Balilla”. Qui furono tenuti senza cibo né acqua, interrogati e schedati, quindi condotti al lager di Reichenau presso Innsbruck, dove furono raggiunti da altri ebrei catturati a Bolzano e in altre località della provincia. Questa del 16 settembre 1943 fu la prima deportazione degli ebrei in Italia. E allora «Zachor», ricorda.
Le mostre rimarranno aperte fino al 30 novembre 2012.
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