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BOLZANO. Il Veneto vuole l’autonomia speciale. È un tema aperto da anni, tra spinte secessioniste e polemiche con le regioni «speciali» confinanti. Ma la giunta guidata da Luca Zaia (Lega nord) apre una muscolare «fase due». Questa settimana il consiglio regionale ha approvato a Venezia una legge che definisce i veneti «minoranza nazionale». Ma soprattutto nei prossimi mesi in Veneto si terrà un referendum consultivo ufficiale, in cui i veneti si esprimeranno sulla volontà o meno di ricevere «più autonomia». Una svolta storica, segnala Zaia. Il via libera al referendum è arrivato grazie a una sentenza della Corte costituzionale. Il governo aveva impugnato una legge veneta dedicata al diritto di indipendenza. La Consulta ha dato ragione al governo, dichiarando però che la richiesta di maggiore autonomia regionale rientrasse nel percorso di integrazione dell’articolo 116 della Costituzione, che fissa le cinque regioni speciali e disciplina le «ulteriori forme e condizioni di autonomia» possibili per le ordinarie. Abbiamo intervistato Luca Zaia.
Il quesito sarà genericamente «più autonomia» sì o no. Qual è il vostro reale obiettivo?
«Intanto non può passare in secondo piano che saremo la prima regione italiana i cui i cittadini decideranno con un referendum vero, con seggi e vere matite copiative, se avere più autonomia di oggi. A prescindere dalla trattativa che si aprirà con lo Stato dopo il referendum, in base all’articolo 116, annuncio che il nostro obiettivo è l’autonomia dei nove/decimi come il Trentino Alto Adige. Vogliamo la vera autonomia. Il Veneto garantisce 21 miliardi all’anno di residuo fiscale, abbiamo 600 mila partite Iva, un Pil superiore ai 150 miliardi di euro».
Una nuova autonomia speciale suona come un obiettivo irraggiungibile.
«Assolutamente no. Sono felice che la pessima riforma costituzionale di Renzi sia stata bocciata (in Veneto il “no” al 61,96%), ma l’avventura di Renzi ha dimostrato che in mille giorni si può portare a casa una riforma costituzionale con decine di articoli modificati».
Irraggiungibile politicamente ed economicamente, non tecnicamente.
«Rispondo ancora di no. La Costituzione non è mummificata. Renzi aveva ottenuto dal Parlamento uno stravolgimento dei valori costituzionali basilari, imponendo uno Stato centralista. Il veneto “speciale” non è un sogno. Voglio vedere quale coalizione di governo avrà il coraggio di dire ancora no alle richieste dei veneti. Sul referendum abbiamo con noi tutti i partiti in Veneto, con l’eccezione del Pd, anzi di una parte del Pd. Il Movimento 5 Stelle vuole addirittura il voto elettronico, si figuri. Non per nulla quasi tutti veneti sono usciti di casa il 4 dicembre per bocciare il neo centralismo».
L’obiettivo è la vostra autonomia o la cancellazione della nostra?
«Difenderò sempre l’autonomia di Bolzano e Trento, perché fino a quando esisterà, ci sarà la speranza anche per noi di ottenerla. Lo dico da subito alle “speciali”: non partite con il ritornello che siamo vostri nemici. Il mio appello è “facciamo un fronte unico”».
Con l’eccezione del Trentino Alto Adige, le altre regioni speciali hanno bocciato la riforma costituzionale, che prevedeva una clausola di salvaguardia ad hoc. Qual è il suo giudizio?
«La riforma andava bocciata e basta. Era una pura suggestione, a partire dal taglio della “casta”, che lasciava inalterata la Camera e garantiva ancora 100 senatori».
Il braccio di ferro tra Veneto e vicini «speciali» ha visto protagonista il suo predecessore Giancarlo Galan. Perché la sua generazione politica dovrebbe farcela?
«Perché siamo alla vigilia di una rivoluzione. È la prima volta che una regione è autorizzata dalla Corte costituzionale a decidere sul perimetro della propria autonomia. Avremmo voluto votare il 4 dicembre. Renzi ha impedito l’election day: il suo capriccio costerà 14 milioni di denaro pubblico».
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