All’erede di un internato militare 79mila euro di risarcimento
Una recente sentenza del Tribunale di Roma ricorda e risarcisce (almeno in parte) uno degli eroi dimenticati che sopportarono fatiche e soprusi indicibili. Nel caso in questione è stata condannata la Repubblica Federale di Germania al risarcimento di 79.061,75 euro in favore dell'erede di un "IMI", già residente in Alto Adige, deportato e sottoposto a lavori forzati nei campi di concentramento tedeschi dal settembre 1943 al maggio 1945
BRESSANONE. Una recente sentenza del Tribunale di Roma ricorda e risarcisce (almeno in parte) uno degli eroi dimenticati - ventenni che seppero dire no al nazifascismo - che sopportarono fatiche e soprusi indicibili. Nel caso in questione è stata condannata la Repubblica Federale di Germania al risarcimento di 79.061,75 euro in favore dell'erede di un "Internato Militare Italiano", già residente in Alto Adige, deportato e sottoposto a lavori forzati nei campi di concentramento tedeschi dal settembre 1943 al maggio 1945.
La sentenza rappresenta un importante riconoscimento dei diritti delle vittime dei crimini di guerra nazisti e dei loro eredi, confermando la piena giurisdizione del giudice italiano e l'imprescrittibilità di questi crimini contro l'umanità. L'erede, assistito dall'avvocato brissinese Gianlorenzo Pedron del Foro di Bolzano, ha agito a tutela del padre, militare del 19° Reggimento Alpini catturato il 9 settembre 1943 a Bardonecchia e deportato in Germania, dove rimase internato fino all'8 maggio 1945, sottoposto a lavori forzati in condizioni disumane.
Gli Internati Militari Italiani (Imi) lavorarono in condizioni disumane
Erano perlopiù giovani ventenni che, all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre 1943, ebbero il coraggio di non collaborare con i nazisti e di rifiutare l'adesione alla Repubblica di Salò. Questa scelta coraggiosa costò loro carissima: quasi due anni di regime carcerario durissimo nei campi di concentramento tedeschi, dove furono sottoposti a lavori forzati estenuanti, denutriti, privi di qualsiasi assistenza sanitaria e spogliati di ogni protezione del diritto internazionale. Hitler personalmente dispose infatti che questi militari italiani, da lui ritenuti "traditori", non fossero più considerati "prigionieri di guerra" - con le garanzie previste dalla Convenzione di Ginevra del 1929 - ma "internati militari", una categoria creata appositamente per privarli di ogni tutela e ridurli in condizioni di sostanziale schiavitù. Furono costretti a lavorare 14 ore al giorno, 7 giorni su 7, senza retribuzione, senza riposo, senza assistenza della Croce Rossa, relegati in baracche sovraffollate e senza riscaldamento, con un vitto del tutto insufficiente e con un abbigliamento del tutto inadeguato ad affrontare le rigide condizioni climatiche di due inverni nel nord Europa.
Gli eroi a lungo dimenticati
Solo recentemente, con l'istituzione della Giornata della Memoria degli Imi e con il conferimento delle medaglie d'onore, lo Stato italiano ha finalmente riconosciuto l'importante ruolo e il contributo fondamentale che con la loro condotta hanno dato alla lotta di liberazione. Il loro rifiuto di collaborare con il nazifascismo rappresenta una pagina luminosa della Resistenza italiana, un atto di coraggio civile e morale che merita il massimo riconoscimento. Emerge però anche una grave contraddizione nell'atteggiamento dello Stato italiano: da un lato, il Governo ha istituito un apposito Fondo, dotandolo di risorse pluriennali per il ristoro delle vittime dei crimini nazisti, che hanno ottenuto una sentenza di condanna della Repubblica Federale Tedesca, e ha recentemente approvato la legge n. 6 del 13 gennaio 2025 che istituisce la "Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi" per conservare la memoria dei cittadini italiani che "subirono violenze fisiche e morali e furono destinati al lavoro coatto, a causa del proprio rifiuto di collaborare con lo Stato nazionalsocialista e con la Repubblica sociale italiana". «Dall'altro lato, però, - spiega Pedron - l'Avvocatura dello Stato in rappresentanza del Ministero delle Finanze che gestisce questo Fondo, si costituisce nei giudizi promossi contro la Repubblica Federale di Germania, opponendosi con pervicacia alle legittime richieste risarcitorie, sollevando eccezioni meramente formali quali prescrizione, difetto di giurisdizione e carenza di prova, in palese contrasto con il riconoscimento legislativo della gravità dei crimini subiti dagli Imi e del loro ruolo nella lotta di liberazione».
Grave è anche la disparità di trattamento che si sta verificando non solo nei vari Tribunali in tutta Italia ma anche all'interno dello stesso Tribunale di Roma. Mentre alcuni giudici, come nel caso della sentenza che ha avuto per protagonista un internato altoatesino, hanno accolto le richieste risarcitorie riconoscendo la natura di crimini contro l'umanità delle condotte subite dagli Imi, altri Tribunali ma anche altri giudici della medesima Sezione del Tribunale di Roma respingono domande risarcitorie identiche, basate sulla stessa documentazione probatoria, con motivazioni non condivisibili. «In particolare, alcune pronunce di diniego hanno ritenuto non provato in giudizio il "trattamento inumano" subito dal singolo internato, come se fosse possibile, a distanza di oltre 80 anni, produrre testimonianze di compagni di prigionia ultracentenari.
Altri hanno addirittura sostenuto che il duro trattamento riservato agli Imi non potesse considerarsi inumano, trattandosi di "militari" e quindi di "prigionieri di guerra", omettendo totalmente di considerare che proprio in ragione del loro coraggioso rifiuto di collaborare con il regime nazista e di aderire alla Repubblica di Salò, gli Imi avevano perso lo status di prigionieri di guerra per essere trattati dal regime nazista alla stregua di deportati civili, privi di qualsiasi garanzia o protezione internazionale, con una vergognosa interpretazione del loro dramma che rappresenta un'offesa alla memoria di questi giovani eroi che pagarono con quasi due anni di sofferenze indicibili la loro scelta di fedeltà ai valori della libertà e della democrazia».
I principi affermati dalla sentenza
Il Tribunale di Roma con la recente sentenza ha invece correttamente affermato che: sussiste la giurisdizione del giudice Italiano per i crimini di guerra e contro l'umanità, in applicazione della sentenza della Corte Costituzionale n. 238/2014; i crimini contro l'umanità sono imprescrittibili, in forza di norme di diritto internazionale consuetudinario recepite dall'ordinamento italiano ex art. 10 Cost.; la deportazione e il lavoro forzato degli Imi costituiscono crimini contro l'umanità, come riconosciuto dalla stessa legge n. 6/2025; le condizioni disumane nei lager tedeschi costituiscono fatto notorio, non richiedendo ulteriore prova per il singolo internato, essendo stato lo stesso legislatore a riconoscere che tutti gli Imi "subirono violenze fisiche e morali e furono destinati al lavoro coatto". «Il rifiuto di collaborare con il nazifascismo rappresenta un contributo fondamentale alla lotta di liberazione, meritevole del massimo riconoscimento anche sotto il profilo risarcitorio».
L'appello alle istituzioni
È necessario che il Governo italiano assuma una posizione coerente: se riconosce legislativamente la gravità dei crimini subiti dagli Imi, il loro ruolo nella Resistenza e istituisce un Fondo per il loro ristoro, non può poi opporsi sistematicamente alle legittime richieste risarcitorie con eccezioni meramente formali. «È urgente - conclude Pedron - che venga garantita uniformità dell'orientamento giurisprudenziale. Questi giovani ventenni, che ebbero il coraggio di dire no al nazifascismo pagando con quasi due anni di sofferenze indicibili, meritano una giustizia non solo simbolica, fatta di medaglie e giornate commemorative, ma una giustizia concreta, che ne riconosca il giusto ruolo ed il sacrificio patito».