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BRESSANONE. Lo studio Modus torna a lavorare su un’opera di Barth, l’Accademia Cusanus, ma questa volta la firma dell’architetto Matteo Scagnol sarà quasi impercettibile: “Siamo riusciti a trovare un punto di incontro fra tradizione e innovazione: non è facile, ma ci piace pensare che al termine dei lavori appaia che l’edificio abbia subìto una maturazione, e si sia adeguato alle esigenze dei giorni nostri”.
Architetto Scagnol, come avete ripensato l’Accademia Cusanus in vista della sua ristrutturazione?
“L’edificio risale al 1963 ed aveva bisogno di alcuni interventi per l’adeguamento alle norme antincendio; abbiamo pensato di renderlo totalmente agibile alle persone diversamente abili eliminando ogni forma di barriera architettonica e di lavorare al contenimento della dispersione termica. Abbiamo poi ampliato e dato più luce ed agio allo spazio di ingresso e realizzato nuove sale conferenze. Ci sarà anche una nuova sala di 400 metri quadrati interrata tra gli edifici Paul Norz e la Mühlhaus che sarà capace di collegare i tre edifici”.
E la parte esterna?
“Il progetto nel cortile interno prevede un nuovo edificio, un padiglione multifunzionale che sfrutta e valorizza la via pedonale che porta al centro storico. Ma per quanto riguarda l’aspetto dell’Accademia non ci saranno grandi cambiamenti, abbiamo solo previsto l’eliminazione della scala di sicurezza: la facciata resterà la stessa”.
Perché i committenti hanno scelto il vostro progetto, che cosa li ha colpiti?
“Nella presentazione del nostro lavoro il vicario generale Runggaldier ha ricordato i tempi in cui operava nel Concilio vaticano; ha spiegato che la discussione sullo status quo della Chiesa entrava nel vivo quando l’ala tradizionalista esprimeva idee diverse da quella innovativa, e che dunque bisognava trovare un punto mediano fra le due parti. Da qui il suo parallelismo con il nostro progetto, capace secondo lui di trovare un giusto equilibrio fra il passato ed il futuro”.
E come ci siete riusciti?
“Il mio professore di latino al liceo ripeteva spesso “multa paucis”, cioè “molte cose con poche parole”: il nostro progetto prevede dei cambiamenti sostanziali, ma vuole mostrare il meno possibile; la struttura verrà modernizzata, ma il suo aspetto non cambierà”.
Sarà dunque un edificio che non recherà la “firma” di Matteo Scagnol?
“Esatto, abbiamo voluto metterci in disparte; ci piace pensare che non siamo stati noi a cambiare l’accademia, che rimane quella pensata e progettata negli anni ’60. È come se l’edificio si fosse trasformato da solo, come se avesse subìto una crescita autonoma. Non c’è Scagnol: c’è Barth che si è maturato da solo”.
Un compito non facile…
“No, per nulla, e ne sento molto la responsabilità. Ed è anche per questo che trascorreremo le festività in ufficio: vorremmo riuscire a presentare il progetto esecutivo per la fine di febbraio, e fare in modo che i lavori inizino per l’autunno del prossimo anno”.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Architetto Scagnol, come avete ripensato l’Accademia Cusanus in vista della sua ristrutturazione?
“L’edificio risale al 1963 ed aveva bisogno di alcuni interventi per l’adeguamento alle norme antincendio; abbiamo pensato di renderlo totalmente agibile alle persone diversamente abili eliminando ogni forma di barriera architettonica e di lavorare al contenimento della dispersione termica. Abbiamo poi ampliato e dato più luce ed agio allo spazio di ingresso e realizzato nuove sale conferenze. Ci sarà anche una nuova sala di 400 metri quadrati interrata tra gli edifici Paul Norz e la Mühlhaus che sarà capace di collegare i tre edifici”.
E la parte esterna?
“Il progetto nel cortile interno prevede un nuovo edificio, un padiglione multifunzionale che sfrutta e valorizza la via pedonale che porta al centro storico. Ma per quanto riguarda l’aspetto dell’Accademia non ci saranno grandi cambiamenti, abbiamo solo previsto l’eliminazione della scala di sicurezza: la facciata resterà la stessa”.
Perché i committenti hanno scelto il vostro progetto, che cosa li ha colpiti?
“Nella presentazione del nostro lavoro il vicario generale Runggaldier ha ricordato i tempi in cui operava nel Concilio vaticano; ha spiegato che la discussione sullo status quo della Chiesa entrava nel vivo quando l’ala tradizionalista esprimeva idee diverse da quella innovativa, e che dunque bisognava trovare un punto mediano fra le due parti. Da qui il suo parallelismo con il nostro progetto, capace secondo lui di trovare un giusto equilibrio fra il passato ed il futuro”.
E come ci siete riusciti?
“Il mio professore di latino al liceo ripeteva spesso “multa paucis”, cioè “molte cose con poche parole”: il nostro progetto prevede dei cambiamenti sostanziali, ma vuole mostrare il meno possibile; la struttura verrà modernizzata, ma il suo aspetto non cambierà”.
Sarà dunque un edificio che non recherà la “firma” di Matteo Scagnol?
“Esatto, abbiamo voluto metterci in disparte; ci piace pensare che non siamo stati noi a cambiare l’accademia, che rimane quella pensata e progettata negli anni ’60. È come se l’edificio si fosse trasformato da solo, come se avesse subìto una crescita autonoma. Non c’è Scagnol: c’è Barth che si è maturato da solo”.
Un compito non facile…
“No, per nulla, e ne sento molto la responsabilità. Ed è anche per questo che trascorreremo le festività in ufficio: vorremmo riuscire a presentare il progetto esecutivo per la fine di febbraio, e fare in modo che i lavori inizino per l’autunno del prossimo anno”.
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